YOUSSEF SIHER: LA GIUSTIZIA HA PARLATO. E ADESSO, COSA DITE?

YOUSSEF SIHER: LA GIUSTIZIA HA PARLATO. E ADESSO, COSA DITE?
BOUNAFAA M’HAMED
Un italiano di origini marocchine, un’accusa gravissima, una campagna mediatica e politica. E alla fine, una giudice che ricorda a tutti che in uno Stato di diritto non si condanna una persona sulla base della propaganda.
C’è una domanda che oggi voglio rivolgere ai media italiani, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a Matteo Salvini e a tutti quei politici che hanno trasformato il caso di Youssef Siher in una battaglia politica.
E adesso, cosa dite?
Youssef Siher è un cittadino italiano, un giovane ricercatore di origini marocchine, che si è ritrovato al centro di accuse gravissime, persino di terrorismo.
Prima ancora che la giustizia potesse pronunciarsi, una parte del dibattito politico e mediatico aveva già costruito intorno a lui un’immagine: quella del pericoloso nemico della società, del presunto responsabile delle violenze, del soggetto da additare all’opinione pubblica.
E non è un dettaglio che, nel racconto di questa vicenda, le sue origini marocchine siano state continuamente richiamate.
Ma da quando le origini di una persona costituiscono una prova di colpevolezza?
Da quando avere un nome arabo, una storia familiare legata a un altro Paese o una doppia appartenenza culturale diventa un elemento di sospetto?
La giudice di Milano, Tiziana Landoni, ha esaminato gli elementi disponibili e ha stabilito che non sussistevano gravi indizi di colpevolezza per le contestazioni formulate e che non vi erano i presupposti per il fermo e la custodia cautelare.
Nelle sue motivazioni ha chiarito che i messaggi di Siher non contenevano un invito alla violenza, ma richiamavano forme di protesta e di disobbedienza civile.
Eppure, invece di rispettare una decisione giudiziaria e il principio fondamentale dell’indipendenza della magistratura, abbiamo assistito alle dure reazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e di Matteo Salvini.
Una domanda è inevitabile: che cosa sarebbe successo se la decisione fosse stata diversa? Avremmo assistito agli stessi attacchi contro la magistratura?
La giustizia non può essere indipendente soltanto quando le sue decisioni fanno comodo al governo.
E qui arriviamo a una questione ancora più profonda.
Che cosa significa essere italiani?
Significa avere un passaporto e rinunciare alle proprie origini? Significa essere cittadini soltanto quando si condividono le idee della maggioranza politica?
Vogliamo cittadini naturalizzati senza pensiero autonomo, senza identità culturale, senza una propria storia e senza la libertà di esprimere un’opinione?
No!
L’Italia non ha bisogno di cittadini che rinuncino alla propria identità per essere accettati. Ha bisogno di cittadini consapevoli, istruiti, preparati, capaci di contribuire alla società, rispettare la Costituzione e partecipare liberamente alla vita democratica.
Si può essere italiani e avere origini marocchine. Si può appartenere a due culture, parlare più lingue, avere una formazione internazionale e conservare una propria identità.
Questa non è una debolezza. È una ricchezza.
E soprattutto, nessuno deve essere costretto a scegliere tra la propria cittadinanza italiana e la propria identità culturale.
Ma c’è un’altra domanda che rivolgo alla presidente Meloni e al suo governo.
Perché tanta energia nel costruire polemiche politiche intorno a un’indagine giudiziaria, mentre gli italiani aspettano risposte sui problemi reali?
Il costo della vita, il potere d’acquisto delle famiglie, gli stipendi, il lavoro, la precarietà e le difficoltà economiche.
Perché non parliamo della dipendenza energetica e delle conseguenze economiche della guerra in Ucraina?
Perché non affrontiamo seriamente il prezzo che l’Italia e le famiglie italiane stanno pagando per le scelte di politica internazionale?
E perché non apriamo un dibattito sul rapporto dell’Italia con gli Stati Uniti e con Donald Trump? Un rapporto nel quale il governo sembra spesso avere difficoltà a esprimere un dissenso autonomo e a difendere fino in fondo gli interessi nazionali quando questi entrano in conflitto con quelli di Washington.
Governare significa anche avere il coraggio di dire no, quando è necessario.
Non si può trasformare ogni problema sociale in una questione di sicurezza, ogni protesta in una minaccia terroristica e ogni cittadino con origini straniere in un problema di integrazione.
Un ultimo messaggio ai giornalisti e ai grandi mezzi di comunicazione italiani.
Adesso che Youssef Siher è tornato libero e che la giudice ha escluso la sussistenza dei gravi indizi relativi alle accuse contestate, avete intenzione di raccontare la vicenda con la stessa intensità con cui avete raccontato le accuse?
Avete intenzione di spiegare agli italiani che le accuse non equivalgono a una condanna?
Avete intenzione di restituire dignità a una persona che è stata esposta a un’enorme pressione mediatica?
E soprattutto, siete disposti a riconoscere che il diritto non può essere subordinato al consenso politico?
Non stiamo dicendo che un’indagine non debba proseguire, né che chi commette violenze debba essere giustificato.
Stiamo dicendo una cosa molto più semplice: le responsabilità individuali si dimostrano con le prove, non con le origini, non con i titoli dei giornali e non con le dichiarazioni dei politici.
La vera forza di una democrazia non sta nella capacità di mettere a tacere il dissenso, ma nella capacità di garantire i diritti anche a chi non la pensa come chi governa.
Oggi questa vicenda ci lascia una lezione fondamentale: l’indipendenza della magistratura non è un ostacolo alla democrazia. È una delle sue garanzie più importanti.
E a chi ha già emesso una sentenza politica e mediatica prima ancora di conoscere quella giudiziaria, rivolgo un’ultima domanda:
Adesso, cosa dite?
Perché la giustizia non deve rispondere alla politica. È la politica che deve imparare a rispettare la giustizia.
La Costituzione viene prima della propaganda. Sempre.




