In Africa, i chicchi di caffè si trasformano da merce a strumento di sviluppo per contrastare lo spopolamento rurale e creare posti di lavoro

In Africa, i chicchi di caffè si trasformano da merce a strumento di sviluppo per contrastare lo spopolamento rurale e creare posti di lavoro
Hamed Khalifa, Roma/Agenzia di stampa Nova
Investire nell’istruzione delle nuove generazioni e trasformare la filiera del caffè in uno strumento di sviluppo capace di creare posti di lavoro e contrastare lo spopolamento rurale sono emersi come due pilastri fondamentali per rafforzare il futuro dell’industria del caffè in Africa, secondo le conclusioni della sessione “Chicchi di caffè in Africa: sviluppare i talenti delle nuove generazioni”, tenutasi nell’ambito del Rimini Coffee Forum, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale (UNIDO), come riportato dall’agenzia di stampa italiana Nova.
Tra i partecipanti alla sessione figuravano Mario Broccino, Vicepresidente del Comitato Italiano Caffè e Direttore Acquisti Caffè Verde di Café Bourbon; James Ciamotti, Responsabile Ricerca di E4Impact; Edmondo Cirelli, Vice Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; Adona Debela, Direttore Generale dell’Autorità Etiope per il Caffè e il Tè; e Primus Kimariu, Direttore Generale del Consiglio del Caffè della Tanzania. Hanno partecipato alla sessione anche Henry Kinyua, Consigliere per le Colture e le Filiere del Valore presso la Segreteria Presidenziale per la Trasformazione Economica in Kenya, e Chiara Scaragi, Esperta della Filiera del Caffè presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale (UNIDO).
La sessione è stata moderata da Gerardo Pataconi, Direttore del Master in Economia e Scienza del Caffè presso il Gruppo Ernesto Illy.
Il Vice Ministro Cirelli ha sottolineato che il caffè rappresenta un’enorme opportunità di crescita per l’Africa, data la vasta estensione di terreni coltivabili ancora incolti.
Ha osservato che la strategia italiana si concentra sulla formazione e sul recupero dei terreni abbandonati come parte integrante della lotta contro gli impatti dei cambiamenti climatici, sottolineando che l’Italia “si concentra sulla formazione perché ritiene che sia la sfida più importante, soprattutto per l’Africa”.
Ha ricordato la collaborazione con l’UNIDO, insieme ai progetti sostenuti dal Programma MATI, dall’Unione Europea e dal G7, aggiungendo: “L’Italia è diventata un attore chiave nel porre l’Africa al centro delle nostre priorità”. Tanzania: Raddoppio della produzione e ricambio generazionale
Da parte sua, Kimario ha ripercorso la trasformazione in atto nel settore del caffè in Tanzania, evidenziando l’aumento della produzione da circa 50.000 tonnellate a 100.000 tonnellate.
Il direttore dell’Autorità di regolamentazione del settore del caffè della Tanzania ha dichiarato: “La Tanzania aspira a raddoppiare la sua produzione”.
Ha spiegato che l’invecchiamento delle piante di caffè, unito all’età media crescente degli stessi agricoltori, ha ostacolato la crescita del settore per anni, in un momento in cui i giovani tendono a evitare un’attività che spesso si basa su metodi di produzione tradizionali.
Per affrontare questa sfida, il governo ha incrementato la piantumazione di nuove piante di caffè e ha incoraggiato la partecipazione delle giovani generazioni al settore.
Attualmente, circa mezzo milione di persone lavora nel settore del caffè in Tanzania, con circa il 40% della produzione esportata in Europa, in particolare in Germania e Italia.
Kenya: giovani e donne al centro della trasformazione
Il Kenya si trova ad affrontare una sfida simile, come afferma il consulente Kinyua, secondo il quale “oltre 800.000 persone sono coinvolte nell’industria del caffè keniota”. Ha spiegato che il governo di Nairobi ha dato al settore la massima priorità, istituendo un fondo in grado di sostenere i produttori con un contributo fino al 40% del valore della produzione, per aiutarli nel periodo tra la raccolta e la vendita.
Ha aggiunto che la formazione per i giovani e le donne, la cooperazione con le università e l’applicazione dei principi dell’economia circolare sono ulteriori strumenti per rafforzare il settore.
Kenyuwa ha sottolineato la solidità del rapporto con l’Italia, evidenziando che non si tratta “solo di un rapporto di beneficenza, ma di un rapporto commerciale e di creazione di opportunità economiche condivise”.
UNIDO: Formazione e cooperazione tra paesi di origine e di consumo
Da parte sua, Scaraghi ha descritto l’iniziativa come “un progetto per instaurare un dialogo paritario tra paesi di origine e di consumo”, sottolineando come l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale (UNIDO) abbia tradotto questo approccio in pratica, istituendo centri di formazione specializzati per il settore del caffè, con il supporto del Piano MATI.
Etiopia, Kenya, Tanzania, Malawi e Uganda sono i cinque principali paesi in cui la formazione mira ad elevare la qualità e il livello di competenze e a migliorare la competitività sui mercati internazionali. Competenze imprenditoriali: la chiave per la sostenibilità degli agricoltori
Chiambuti ha sottolineato l’importanza di promuovere le competenze imprenditoriali, citando l’esperienza di una cooperativa keniota con circa 400 membri che ha dovuto affrontare delle difficoltà, in parte dovute alla progressiva frammentazione dei terreni nel corso delle generazioni.
Ha affermato: “Abbiamo bisogno delle conoscenze e delle capacità gestionali che possiedono le cooperative e le imprese”.
Attraverso programmi come il programma Arabica, la Fondazione E4IMPACT ha formato circa 30.000 piccoli agricoltori, rafforzando al contempo i legami con le aziende italiane.
Caffè: dalla materia prima al valore aggiunto
Broccino ha presentato la prospettiva dell’industria caffeicola italiana, sottolineando l’importanza del rapporto tra qualità della materia prima, sostenibilità della filiera e relazioni con i produttori africani.
In quest’ottica, la collaborazione tra aziende e paesi produttori si inserisce in un processo più ampio, capace di creare valore aggiunto lungo l’intera filiera del caffè. La discussione è culminata in una visione che trasformi il caffè da semplice materia prima esportata all’estero in una filiera in grado di generare competenze, creare posti di lavoro e aggiungere valore economico in Africa, offrendo così alle nuove generazioni una reale opportunità di costruire il proprio futuro senza dover abbandonare le proprie comunità rurali.
In questo modo, la visione presentata al Forum di Rimini ha visto il caffè non più semplicemente come una coltura da esportazione, ma come uno strumento di sviluppo in grado di collegare formazione, investimenti, creazione di posti di lavoro e sostenibilità delle comunità rurali africane.




