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Il confine mobile dell’Europa e il prezzo della paura

Il confine mobile dell’Europa e il prezzo della paura

di Gianni Lattanzio

Ci vuole la lingua tagliente della distopia, più che la prosa anodina delle relazioni parlamentari, per raccontare l’Europa che si riflette nel nuovo regolamento sui rimpatri. Dietro l’apparenza rassicurante di articoli, paragrafi e rinvii al diritto primario, si intravede un continente che, spaventato, comincia a smontare i propri argini morali e giuridici in nome di una sicurezza che somiglia sempre più a un alibi. Ci presentiamo come “cristiani” e “occidentali”, ma il dispositivo che stiamo costruendo ha il passo lento e implacabile di una burocrazia della paura: detenzioni dilatate, ricorsi svuotati, confini spostati sempre più lontano, purché lontano da noi.
Emblematica, in questa mutazione, è l’idea dei centri di trattenimento in Paesi terzi, eleganti solo nel nome. Li chiamiamo piattaforme, hub, strutture di cooperazione. Ma sappiamo bene che cosa rappresentano: luoghi in cui confinare persone già dichiarate indesiderate, spostandole fuori dalla vista delle opinioni pubbliche e, soprattutto, fuori dalla portata dei nostri giudici. È la versione contemporanea del “nascondere la polvere sotto il tappeto”: invece di confrontarci con la responsabilità di accogliere, integrare o rimpatriare dignitosamente, paghiamo altri per custodire, in nostro nome, il fastidio umano che non vogliamo più vedere. È difficile riconoscere, in questo riflesso condizionato, qualcosa che somigli al Vangelo del “forestiero ero straniero e mi avete accolto”.
Non meno significativa è l’estensione della detenzione amministrativa a durate che lambiscono quelle di una pena detentiva vera e propria. La reclusione, in un ordinamento costituzionale, dovrebbe restare l’extrema ratio successiva a un reato accertato in contraddittorio. Qui, invece, la privazione della libertà diventa uno strumento quasi ordinario per gestire una condizione amministrativa irregolare. Non si punisce una condotta, si sequestra un’esistenza collocata nel luogo “sbagliato” senza il documento “giusto”. È un rovesciamento silenzioso della tradizione occidentale dell’habeas corpus: la libertà personale non è più presupposto, ma concessione revocabile, soprattutto quando si tratta di chi non vota, non pesa nelle urne, non ha voce nei talk‑show.
Sul versante delle garanzie, il segnale è altrettanto netto. Se una persona può essere allontanata mentre il suo ricorso è ancora pendente, il diritto di difesa sopravvive solo sulla carta. Il processo resta, ma arriva tardi: quando il volo è decollato, quando l’indirizzo è già altrove, quando l’eventuale annullamento serve al massimo alle statistiche, non alla vita reale. È un modo sofisticato per dire che, per alcuni, il controllo giurisdizionale è opzionale, subordinato all’urgenza politica del “fare presto”. L’articolo 47 della Carta, il “ricorso effettivo”, rischia di trasformarsi in formula liturgica: pronunciata, ma priva di grazia.
A rendere il quadro ancora più preoccupante è l’abitudine, che si va consolidando, a considerare il domicilio dei migranti come uno spazio meno inviolabile degli altri. L’idea di consentire controlli e ispezioni più penetranti nelle abitazioni di chi è irregolare non è un dettaglio tecnico: è una lesione simbolica. La casa, anche quando è un monolocale sovraffollato o un alloggio di fortuna, resta la prima frontiera della libertà individuale. Se normalizziamo l’idea che per alcuni quella soglia possa essere varcata con leggerezza, stiamo costruendo un diritto a due piani: un piano alto, dove il domicilio resta intangibile, e un piano basso, dove lo Stato entra con più facilità perché chi vive lì è percepito come provvisorio, revocabile, meno degno di protezione.
Tutto questo avviene mentre l’Europa sposta, letteralmente, i propri confini. Non potendo chiudere il mare, si prova a chiudere i deserti; non potendo controllare ogni costa, si pagano Paesi di transito perché facciano da barriera vivente. La linea che un tempo passava sul filo delle onde ora corre lungo le sabbie del Sahara, attraversa stati fragili, si appoggia a regimi che hanno rapidamente compreso quanto potere negoziale conferisca la gestione dei flussi. Così, in nome del controllo, ci rendiamo strutturalmente ricattabili: chi promette di “trattenere” i migranti per nostro conto sa di avere in mano una leva politica potente, da usare a ogni crisi, a ogni negoziato, a ogni voto in un consesso internazionale.
In questo scarto tra parole e atti si consuma, a mio avviso, la vera crisi europea. Continuiamo a evocare il nostro patrimonio cristiano, ma fatichiamo a riconoscere nel migrante un volto, non un fascicolo. Continuiamo a rivendicare l’eredità occidentale del costituzionalismo, ma accettiamo, quasi senza discutere, detenzioni prolungate, ricorsi svuotati, controlli invasivi, a condizione che riguardino “loro” e non “noi”. Il regolamento sui rimpatri, letto così, non è un episodio isolato: è una tappa in un processo di assuefazione. Ci abituiamo all’idea che per alcuni la regola possa essere sospesa, il limite spostato, la garanzia indebolita. È il modo più sicuro per arrivare, un giorno, a scoprire che quel “qualcuno” potremmo essere anche noi.
La domanda, in fondo, è semplice e terribile: quanta parte del nostro DNA giuridico e morale siamo disposti a sacrificare sul tavolo della gestione dei flussi migratori? E fino a che punto possiamo continuare a chiamarci “Europa” se accettiamo che il rispetto della persona umana diventi un bene condizionato allo status amministrativo? Ogni comma che allunga un trattenimento, ogni norma che indebolisce un ricorso, ogni dispositivo che sposta più lontano il confine della nostra responsabilità ci avvicina a un punto di non ritorno.
Siamo ancora in tempo per fermarci, per guardare con onestà il volto di chi bussa alle nostre frontiere e chiederci se il sistema che stiamo costruendo resisterebbe alla prova più semplice: accetteremmo che fosse applicato a noi. Se la risposta è no, allora questo regolamento non è solo discutibile: è il segnale di una coscienza europea che, arretrando insieme ai confini, rischia di spegnersi.

 

Gianni Lattanzio
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Noha Iraqi

Noha Iraqi... Laureata in Lettere... Scrittrice, poetessa, autrice di racconti, creatrice di contenuti e utente che carica contenuti.

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