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DICHIARAZIONE PER LA PACE

DICHIARAZIONE PER LA PACE

Terni, 2 marzo 2026

Conosco il suono della guerra. Non dai libri, non dai telegiornali. Lo conosco da una riva del Danubio, da bambina, guardando le luci lontane dei bombardamenti sulla ex Jugoslavia. So cosa significa portare quel suono dentro di sé per tutta la vita. E so che ogni persona che oggi si trova sotto le bombe — a Gaza, a Kyiv, a Khartoum, a Beirut — lo porterà con sé per sempre, se sopravvive.
I dati che abbiamo oggi davanti sono di una gravità senza precedenti. Nel 2024 il mondo conta 56 conflitti armati attivi — il numero più alto dalla Seconda Guerra Mondiale. 49 paesi sono direttamente coinvolti. Solo nell’ultimo anno i morti nei conflitti armati sono stati oltre 239.000: il 27% in più rispetto all’anno precedente. Duecentoquarantamila vite umane in un solo anno. In quattro anni, parliamo di centinaia di migliaia di persone — madri, padri, figli, medici, insegnanti, bambini — che non ci sono più.
La democrazia e la diplomazia non sono strumenti di potere. Sono la forma più alta che l’umanità abbia saputo creare per vivere insieme senza distruggersi. Il loro scopo non è la gestione degli interessi: è la protezione della vita. La pace è un diritto fondamentale dell’essere umano. Non un privilegio. Non il risultato di un equilibrio militare. Un diritto — esattamente come il diritto alla salute, all’istruzione, alla dignità. Quando i governi scelgono le armi prima del dialogo, non stanno esercitando la sovranità: stanno violando quel diritto. Stanno tradendo lo scopo stesso per cui le istituzioni democratiche esistono. Abbiamo costruito l’ONU, la Corte Internazionale di Giustizia, il diritto internazionale umanitario proprio per questo: per non dover più contare i morti a centinaia di migliaia. Quegli strumenti esistono ancora. Quello che manca è la volontà politica di usarli.
Come sociologi, sappiamo leggere queste dinamiche. Sappiamo che la guerra non nasce dal nulla: nasce da disuguaglianze ignorate, da identità strumentalizzate, da paure trasformate in odio. E sappiamo che ogni conflitto che si consolida distrugge decenni di integrazione sociale, produce migrazioni forzate, alimenta le stesse tensioni che lo hanno generato. Come Responsabile dell’Integrazione Sociale, vedo ogni giorno le conseguenze umane di questi processi: nelle storie delle persone migrate, nei traumi che si tramandano, nei ponti culturali che faticosamente costruiamo e che la guerra sistematicamente abbatte.

Ecco perché chiediamo con forza e senza ambiguità: cessate il fuoco immediato in tutti i teatri di guerra. Chiediamo che l’Italia e l’Europa smettano di essere spettatori e tornino a essere protagonisti della DIPLOMAZIA. Chiediamo che le istituzioni internazionali vengano riformate — non aggirate. Chiediamo che al linguaggio delle armi si sostituisca il linguaggio della legge, del dialogo, della dignità umana.
Quante altre centinaia di migliaia di vite dobbiamo contare prima di chiamare tutto questo con il suo nome: FALLIMENTO COLLETTIVO?
La domanda non è per i leader. È per ciascuno di noi.
Tra vent’anni, i nostri figli ci chiederanno: voi che sapevate, che avete fatto? Cosa risponderemo?
Viviamo nell’era della comunicazione più potente della storia. Siamo tutti connessi, tutti informati, tutti testimoni. Allora perché il silenzio sulle bombe è ancora così assordante?

Dottoressa Viorica Bunduc
Sociologa clinica specialista Presidente della Deputazione Centro Italia
Responsabile Integrazione Sociale
Terni, 2 marzo 2026

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Noha Iraqi

نهى عراقي.. ليسانس أداب.. كاتبة وشاعرة وقصصية وكاتبة ومحتوى وأبلودر

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