IL 25 APRILE NELL’ETÀ DELLA GUERRA PERMANENTE: POTENZA, FEDE E FRATTURA DELL’ORDINE GLOBALE *
*IL 25 APRILE NELL’ETÀ DELLA GUERRA PERMANENTE: POTENZA, FEDE E FRATTURA DELL’ORDINE GLOBALE
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_Cristina Di Silvio_
Il sistema internazionale non attraversa più una fase di crisi episodica, ma una condizione strutturale di instabilità permanente in cui guerra, energia, sicurezza e legittimità politica si sovrappongono come dimensioni simultanee dello stesso spazio globale.
Nel Medio Oriente il conflitto ha assunto una forma continuativa, caratterizzata da logiche di logoramento strategico e da una crescente integrazione tra capacità militare, controllo territoriale e pressione sulle infrastrutture civili. La guerra non si manifesta più come evento separato, ma come sistema che assorbe economia, società e tempo.
A Gaza, dove secondo stime delle Nazioni Unite oltre 1,7 milioni di persone risultano sfollate e una parte significativa delle infrastrutture civili è stata compromessa, la prospettiva di un ritorno a forme di governance politica strutturata appare sospesa. L’ipotesi elettorale, quando evocata, non descrive un processo in atto ma una tensione simbolica verso la ricostruzione di un ordine che al momento non esiste. La democrazia si riduce così a orizzonte etico più che a meccanismo istituzionale.
Nel sud del Libano la missione UNIFIL opera con circa 10.000 peacekeeper lungo una linea di contatto instabile, dove la funzione di interposizione internazionale si confronta con una realtà in cui la deterrenza è intermittente e la stabilizzazione progressivamente indebolita.
Lo Stretto di Hormuz continua a rappresentare uno dei nodi fondamentali dell’ordine energetico globale: circa il 20% del petrolio mondiale e flussi strategici di gas naturale liquefatto transitano attraverso questo passaggio. In termini geopolitici, si tratta di un punto in cui la geografia diventa leva di potere e la vulnerabilità infrastrutturale si traduce immediatamente in instabilità sistemica.
In Europa, la discussione su sicurezza, energia e difesa si inserisce nella transizione incompiuta dell’ordine post-1945. Nel vertice di Cipro emerge una consapevolezza crescente: la stabilità non è più garantita da architetture istituzionali consolidate, ma da una capacità di adattamento continuo alla competizione tra potenze.
Le divergenze strategiche tra attori europei riflettono questa transizione. Emmanuel Macron interpreta la fase attuale come necessità di sovranità strategica europea. Donald Tusk riafferma la centralità della NATO come struttura di sicurezza collettiva. Giorgia Meloni colloca la stabilità europea nella dimensione energetica e industriale della sicurezza.
La NATO, fondata sul principio dell’Articolo 5 e sulla deterrenza collettiva, si trova oggi in una fase in cui la coesione non è più automatica ma sottoposta a tensioni politiche interne e differenziazioni strategiche crescenti. La sicurezza diventa così funzione negoziata più che architettura stabile.
La spesa militare globale supera i 2.200 miliardi di dollari annui, con una traiettoria di crescita legata alla modernizzazione nucleare, allo sviluppo delle capacità cibernetiche e alla militarizzazione delle infrastrutture critiche. La guerra contemporanea non è più solo confronto armato, ma integrazione sistemica tra energia, informazione, industria e tecnologia.
Nel piano religioso e filosofico, la crisi contemporanea riattiva una domanda antica sul limite della violenza e sulla possibilità stessa di un ordine morale condiviso. La riflessione di Papa Francesco si inserisce in questa traiettoria come richiamo costante alla centralità della persona umana nei conflitti, attraverso l’affermazione della guerra come “sconfitta dell’umanità”. Tale posizione si colloca dentro una continuità storica del pensiero occidentale che attraversa Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino e la tradizione della “guerra giusta”, fino alla modernità filosofica.
In Kant, la pace non è condizione naturale ma costruzione razionale e giuridica tra Stati, un progetto politico fondato sulla limitazione della forza attraverso il diritto. In Hannah Arendt, il rapporto tra violenza e potere evidenzia come la distruzione dello spazio politico coincida con la dissoluzione della responsabilità collettiva, trasformando la guerra in forma estrema di erosione del politico stesso.
Questa linea filosofica incontra oggi una realtà in cui il principio di limitazione della violenza appare progressivamente indebolito dalla logica della competizione permanente.
Il riferimento storico resta la Seconda guerra mondiale, che ha prodotto oltre 60 milioni di vittime e ha generato l’ordine internazionale post-bellico fondato sul principio del “mai più” come fondamento morale e giuridico dell’architettura globale.
La Festa della Liberazione rappresenta la cesura storica da quel sistema di guerra totale e la fondazione dell’Europa democratica come spazio politico costruito sul rifiuto dell’autoritarismo e della violenza sistemica.
Oggi, tuttavia, quel paradigma appare sottoposto a una tensione crescente: la pace non si presenta più come condizione consolidata, ma come equilibrio instabile dentro un sistema di competizione globale permanente.
Il 25 aprile diventa così una soglia concettuale oltre che storica: memoria della liberazione dal conflitto totale e al tempo stesso interrogazione sul presente, in cui ordine, sicurezza e legittimità politica non sono più dati acquisiti ma processi continuamente esposti alla ridefinizione.
La distanza tra l’architettura morale del secondo dopoguerra e le dinamiche contemporanee della potenza definisce oggi non solo una frattura geopolitica, ma una frattura più profonda e silenziosa: quella tra la storia come esperienza e la storia come coscienza condivisa del suo significato.





