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Discriminazione: quando il pregiudizio diventa struttura. E quando la reciprocità diventa risposta A cura di Dott.ssa Viorica Bunduc — Presidente Deputazione Centro Italia A.S.I

Discriminazione: quando il pregiudizio diventa struttura. E quando la reciprocità diventa risposta
A cura di Dott.ssa Viorica Bunduc —
Presidente Deputazione Centro Italia A.S.I

Ogni anno, tra il 14 e il 22 marzo, l’Italia si ferma — almeno simbolicamente — per riflettere su un fenomeno che non si ferma mai: la discriminazione. La Settimana di azione contro il razzismo, promossa dall’UNAR e culminante il 21 marzo nella Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale, rappresenta un appuntamento civile importante. Ma la sociologia ci invita a fare un passo ulteriore: non accontentarci della riflessione, e chiederci invece perché la discriminazione persiste, anche quando tutti, formalmente, la condannano.
Vale la pena cominciare dalle parole. Perché le parole che usiamo non sono neutre: portano con sé gerarchie, aspettative, dispositivi di potere che spesso non vediamo.
Prendiamo integrazione. Dal latino integratio — rendere intero, completare, perfezionare. Chi deve essere integrato viene implicitamente definito come incompleto, portatore di un deficit che la società ospitante deve colmare. Non un incontro tra pari: un processo correttivo. Chi arriva deve essere “riparato” per poter entrare a far parte del tessuto sociale. Il migrante è accolto a condizione che accetti di rendere invisibili le proprie caratteristiche culturali giudicate “inopportune”. Un tacito contratto di adesione, in cui la differenza è tollerata solo se resta silenziosa e addomesticata.
E quando il linguaggio ha cercato di fare un passo avanti, sostituendo integrazione con inclusione, ha cambiato la parola senza cambiare la struttura. Includere viene dal latino claudere — chiudere. Chi include ha il potere di definire i confini dello spazio in cui l’altro viene ammesso. Presuppone un dentro e un fuori, e soprattutto presuppone che qualcuno detenga le chiavi di accesso. Si può essere inclusi formalmente — nei documenti, nei protocolli, nelle statistiche — e restare esclusi sostanzialmente dalla partecipazione reale, dalla voce politica, dal riconoscimento sociale. Presenti, ma invisibili.
Questo meccanismo produce fratture profonde. Rinnegare una parte di sé, subire rifiuto e umiliazione, non ostacola soltanto l’inserimento: genera disagio psicologico e conflitti identitari che si trasmettono alle generazioni successive. Le politiche calate dall’alto, per quanto ben intenzionate, rischiano di perpetuare esattamente questa logica: rispondono al migrante come categoria, non come persona; come problema da gestire, non come risorsa da incontrare.
Per questo la domanda da cui partire non è “come integrarli”, ma “da dove vengono?” — una domanda che implica rispetto per il contesto di partenza, per le esperienze vissute, per le risorse che ogni persona porta con sé. Solo da questa consapevolezza si può costruire qualcosa di diverso: una convivenza fondata sulla reciprocità, in cui chi arriva e chi accoglie si trasformano entrambi, senza che nessuno dei due debba perdere le proprie radici.
A Terni, in questi anni, abbiamo provato a dimostrare che non è utopia.
Alla Cittadella delle Associazioni — polo di rigenerazione sociale promosso da CESVOL Umbria e ATER Umbria — comunità rumena, africana, pakistana e tutte le altre comunità che vivono sul territorio, hanno condiviso spazi, iniziative e responsabilità. Non come destinatari di interventi, ma come protagonisti. Una mostra di abiti tradizionali ha trasformato le differenze in occasione di incontro. La commemorazione annuale della Strage di Lampedusa ha tenuto viva la memoria collettiva, rifiutando che le morti nel Mediterraneo diventassero abitudine. La Passeggiata della Pace dell’8 dicembre 2023 ha attraversato la città con un messaggio semplice e radicale: la pace è un cammino da fare insieme. Il progetto Voci dal Mondo ha dato voce ai giovani migranti umbri attraverso racconti, musica e arte. Il saluto al Questore Bruno Failla, promosso dalle stesse associazioni di cittadini stranieri, ha mostrato come la fiducia istituzionale si costruisca nel tempo, attraverso relazioni reali. E durante la Settimana contro il razzismo del 2025, il meeting Essere migrante ha approfondito i percorsi migratori con rigore e presenza umana.
Nessuna di queste iniziative è nata da una circolare ministeriale. Sono nate dall’incontro tra persone che hanno scelto di stare nello stesso luogo, con la stessa dignità.
Questo è il modello che come Consulta per l’Integrazione Sociale dell’Associazione Sociologi Italiani abbiamo cercato di testimoniare: non l’integrazione come adattamento unilaterale di chi arriva, non l’inclusione come concessione di chi accoglie, ma la reciprocità come trasformazione condivisa. Una società multietnica — quale già siamo — non si governa con le buone intenzioni. Si costruisce con la presenza, l’ascolto, e la capacità di riconoscere nell’altro non un problema da risolvere, ma un interlocutore con cui costruire qualcosa che da soli non potremmo fare.
Guardiamo oltre il pregiudizio, come recita il tema di quest’anno. Ma guardarci oltre significa, prima di tutto, avere il coraggio di guardarlo in faccia — e poi, insieme, scegliere un’altra direzione.

Dott.ssa Viorica Bunduc
Sociologa clinica, istruttrice MBSR
Presidente Deputazione Centro Italia A.S.I
Responsabile nazionale Consulta per l’Integrazione Sociale

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Noha Iraqi

نهى عراقي.. ليسانس أداب.. كاتبة وشاعرة وقصصية وكاتبة ومحتوى وأبلودر

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