ALBO SI, ALBO NO LA QUESTIONE DELL’ALBO PROFESSIONALE DEI SOCIOLOGI COME OPPORTUNITA’ DI RICONOSCIMENTO E REGOLAMENTAZIONE DELLA FIGURA PROFESSIONALE Di Sara Spoletini

ALBO SI, ALBO NO
LA QUESTIONE DELL’ALBO PROFESSIONALE DEI SOCIOLOGI COME OPPORTUNITA’ DI RICONOSCIMENTO E REGOLAMENTAZIONE DELLA FIGURA PROFESSIONALE
Di Sara Spoletini
Il primo corso di laurea in Sociologia in Italia fu istituito nel 1962 presso il neonato Istituto Universitario di Scienze Sociali di Trento. Si trattò di una svolta storica per la disciplina, che portò all’apertura di altre sedi, come quelle di Roma e Urbino nei primi anni ’70 nelle facoltà di Magistero e poi a Napoli e Salerno l’attivazione dei corsi presso le facoltà di Lettere e Filosofia.
Da allora ogni anno i laureati in sociologia sono molti, da quando cè stata la divisione tra laurea triennale e magistrale i dati ci dicono che ogni anno i Laureati Triennali (Classe L-40) sono circa 4.000 – 5.000 studenti in Sociologia; e i Laureati Magistrali (Classe LM-88), la specializzazione in “Sociologia e Ricerca Sociale”, il numero è più contenuto, con circa 1.500 – 2.000 laureati l’anno.
Il 74,8% degli iscritti è femminile, questo secondo me è un dato che dovrebbe far pensare e che in un mondo del lavoro e accademico in cui prevale la presenza maschile dice molto.
In Italia, i laureati in sociologia e scienze sociali affrontano sfide occupazionali significative, con tassi di occupazione a un anno dalla laurea che si attestano al 34,8% per la triennale e al 57,3% per la magistrale. Il settore della sociologia ha vissuto processi di istituzionalizzazione discontinui, influenzati notevolmente dai movimenti degli anni Sessanta e Settanta.
Ma quale è il futuro dei laureati in Sociologia in Italia?
A un anno dal titolo, il tasso di occupazione dei laureati in Sociologia è relativamente basso (34,8% triennali, 57,3% magistrali), e gli sbocchi lavorativi includono il ruolo di operatori sociali, responsabili delle risorse umane, formatori, nonché posizioni in ONG, amministrazioni pubbliche, agenzie di ricerca o marketing. Lo stipendio medio annuo per i laureati in sociologia è stimato intorno ai 18 mila euro.
Le scienze sociali e la sociologia in Italia hanno un percorso di formazione che talvolta manca di un’identità professionale precisa al contrario dei colleghi sociologi di altri paesi
L’occupazione per i laureati in sociologia in Francia, Inghilterra e Stati Uniti mostra tendenze diverse, influenzate dalle strutture accademiche, dalle politiche sociali e dal mercato del lavoro locale. In generale, le competenze sociologiche (analisi dati, comprensione delle dinamiche sociali, ricerca qualitativa/quantitativa) sono sempre più richieste in settori applicativi oltre la ricerca accademica.
In Francia, dove il mercato del lavoro è strutturalmente complesso, con forti protezioni per chi ha un impiego e maggiori difficoltà per i nuovi entranti. La sociologia in Francia ha una forte radice accademica (tradizione durkheimiana). Esiste un crescente collegamento tra formazione sociologica e mondo del lavoro, specialmente attraverso “Master professionalizzanti” che integrano competenze qualitative e quantitative. I sociologi trovano impiego in istituti di ricerca, istituzioni pubbliche (urbanistica, politiche sociali) e aziende private poichè le competenze in analisi dei dati sociali sono molto apprezzate.
In Inghilterra il mercato del lavoro è caratterizzato da una maggiore deregolamentazione rispetto a quello francese, offrendo flessibilità ma anche maggiore precarietà.
I laureati trovano impiego in vari settori, tra cui: Ricerca Sociale e Politiche Pubbliche: Think tank, organizzazioni non governative (ONG) e pubblica amministrazione; Risorse Umane e Consulenza: Gestione del personale e analisi organizzativa; Mercato e Marketing: Analisi dei comportamenti del consumatore (Market Researcher).
In Bran Bretagna c’è una forte richiesta di profili in grado di unire competenze sociologiche a strumenti tecnologici, inclusa l’intelligenza artificiale (AI).
Negli Stati Uniti il mercato americano è vasto, diversificato e orientato al settore privato. Il sociologo è ricercato in vari ambiti:
Ricerca e Sviluppo: Il settore principale per i sociologi è la ricerca scientifica e lo sviluppo (Scientific Research and Development Services); Analisi Dati: Elevata domanda di Data Analyst e Market Research Analyst (prevista crescita del 13-18% nel prossimo decennio).
Social Work e Risorse Umane: Ruoli nelle ONG, servizi sociali e gestione delle risorse umane.
In questi paesi dove la competenza del sociologo è apprezzata non vi sono Albi professionali,
in Francia: I sociologi sono spesso associati ad organismi di ricerca come il CNRS (Centre national de la recherche scientifique) o università. Non esiste un albo dei sociologi, ma associazioni che promuovono la disciplina. Storicamente, i sociologi francesi sono stati integrati nei percorsi accademici o statali; in Gran Bretagna la British Sociological Association (BSA) è il principale organismo professionale, ma l’iscrizione è volontaria. La BSA si occupa di promuovere la disciplina, organizzare eventi e sostenere standard etici.
Negli USA l’American Sociological Association (ASA) è la più grande organizzazione professionale di sociologi. L’ASA definisce gli standard professionali, etici e accademici per i sociologi che lavorano sia in ambito universitario che in agenzie governative, non profit e nel settore privato.
In sintesi, mentre in Italia si discute dell’istituzione di un ordine, in questi paesi la professione si autoregola attraverso associazioni di categoria.
La laurea in sociologia nei paesi citati risulta appetibile a livello lavorativo infatti in Francia i laureati in sociologia (come in altre scienze sociali) mostrano un buon inserimento lavorativo, specialmente a livello di Master o Dottorato, con un alto tasso di impiego (oltre il 90% per i dottorati) e una buona percentuale di contratti a tempo indeterminato (CDI) dopo 30 mesi, nel Regno Unito i laureati in sociologia hanno tassi di occupazione competitivi, con una larga parte impegnata in ruoli professionali e manageriali ad alta qualificazione. Il tasso di occupazione complessivo per i laureati del Regno Unito si attesta intorno al 72% (dati 2025). Negli Stati Uniti, la sociologia porta a carriere nel settore privato, non-profit e governativo. Il tasso di occupazione è generalmente alto per chi possiede titoli superiori, ma il mercato è competitivo.
A fonte di questa visuale su paesi citati a cui possiamo avvicinare la situazione dei sociologi in: Germania, Spagna, Paesi Bassi, Svizzera e Portogallo ci poniamo delle domande: perché la figura del sociologo e la sua attività professionale in Italia non decolla, perché si richiede ripetutamente (da circa 60 anni) la creazione di un albo nonostante in altri paesi i sociologi lavorano pur non avendone uno?
Soprattutto perché in tutti questi paesi citati c’è una sola Associazione di sociologi che certificano la competenza, offrono standard etici e facilitano il networking tra iscritti?
Il problema forse è il declassamento lavorativo di tale figura che non è visto come un apportatore di competenze utili in vari ambiti, spesso la maggior parte della gente non sa cosa è la sociologia e cosa fa un sociologo associando questa disciplina ad ambiti affini ma non esclusivi della Sociologia.
Ma parliamo dell’Albo e di quali miracoli potrebbe compiere per rivalutare questa categoria professionale che oramai sembra confinata negli atenei italiani senza avere più contatti con la realtà.
L’articolo 2229 del Codice Civile definisce ufficialmente cosa sono gli albi professionali: un albo professionale non è altro che un registro ufficiale in cui devono essere iscritti i professionisti di determinate categorie professionali, appunto, per poter esercitare il loro mestiere. L’Articolo del Codice sottolinea anche l’obbligo all’iscrizione per alcune categorie di professioni, specialmente quelle che si occupano della salute, la sicurezza o il patrimonio delle persone, anche qui potremmo dire che sarebbe importante un Albo dei sociologi in virtù del fatto che dagli anni ’90 in Italia sta prendendo sempre più piede la sociologia clinica che alla pari di altre discipline si occupa della salute.
Al momento sono ben 4 le proposte di legge presentate alla competente Commissione, da altrettante forze parlamentari (Fratelli d’Italia, Partito Democratico, Forza Italia e Movimento 5 stelle), e vi è in atto una sorta di gara a quale delle Associazioni riesce a vincere la partita facendosene promotrice.
Ma quali sarebbero le conseguenze se al momento l’UE è impegnata a regolamentare e ridurre gli ostacoli imposti dagli ordini professionali con la Direttiva (UE) 2018/958, relativa al “test di proporzionalità” prima dell’adozione di nuove regolamentazioni delle professioni.
Ecco i punti chiave basati sugli sviluppi recenti:
Test di Proporzionalità (Direttiva 2018/958): Questa direttiva obbliga gli Stati membri a garantire che qualsiasi nuova regolamentazione (o modifica delle esistenti) che limita l’accesso o l’esercizio di una professione regolamentata sia necessaria e proporzionata per raggiungere obiettivi di interesse pubblico.
Obiettivo della Normativa: L’UE mira a ridurre le disuguaglianze tra gli Stati membri e a creare un ambiente più aperto, competitivo e con meno burocrazia.
Contesto Italiano: In Italia, si sta lavorando sull’attuazione di queste direttive attraverso riforme che modernizzano gli ordini, con un focus sulla formazione continua, la digitalizzazione e la liberalizzazione di alcune attività, recependo i principi europei (DDL delega sul tavolo tra il 2025 e il 2026).
Riconoscimento delle Qualifiche: La Direttiva 2005/36/CE, modificata dalla 2013/55/UE, facilita già la mobilità professionale, promuovendo il riconoscimento delle qualifiche e l’uso della Tessera Professionale Europea (EPC).
Chiediamoci se l’Albo servirà a riconoscere la figura del Sociologo e delle sue competenze specifiche nei vari contesti lavorativi, se ci permetterà ad avere concorsi solo per Sociologi e non per altre figure professionali o per competenze richieste a cui questa laurea è equipollente; chiediamoci se sarà un Albo se riuscirà a restituire dignità a questa scienza che spesso è considerata appendice della Filosofia, cugina della Psicologia, amica della Statistica.
Il fallimento è evidente, in 60 anni la figura del sociologo è stata abbandonata a sé stessa, o meglio di proprietà dei soli accademici famosi e non che la tengono come uno scettro dimenticandosi dell’importante ruolo che potrebbe avere il sociologo riconosciuto in vari ambiti.
Ma chi può considerarsi “sociologo” oggi? Il laureato? Chi è iscritto ad un’associazione di sociologi?
E domanda delle domande, le diverse Associazioni di sociologi hanno una visione unitaria o distinta della figura del sociologo? Cosa hanno fatto in questi anni per valorizzare questa figura pur sapendo che la professione non ha un Albo, in quale modo in questi anni la dignità dei laureati e di quelli che avrebbero potuto essere impiegati con il giusto lavoro in questa società? Proprio i sociologi che vorrebbero fare rete e risolvere alcuni problemi della società non hanno saputo fare nulla per se stessi, per quella colleganza che fa rete, che fa sussidiarietà, progettualità e crescita.
Mi chiedo soprattutto se tutti i dottori in sociologia potessero esprimere, cosa direbbero?
Il messaggio che fino ad oggi si è fatto passare è che è sociologo solo chi rimane in ambito accademico per gli altri catapultati nel mondo del lavoro vale una celebre frase: ”io speriamo che me la cavo” ergo prendi la laurea e cerca di farla valere in qualcosa che la sociologia è roba per pochi.
Spererei da Sociologa (ai posteri sociologi l’ardua sentenza) senior di lasciare ai nuovi iscritti e laureati un mondo lavorativo migliore di quello che hanno lasciato a me, ma non ho le competenze, solo tanta volontà.
Se in 60 anni nessuno ha chiesto davvero cosa pensano i sociologi, proviamo a farlo adesso.
È tempo che i sociologi parlino per sé stessi.
Vi chiediamo di farlo attraverso questo breve questionario.
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