Introduzione: dalla deterrenza alla rottura: l’Iran come soglia del nuovo disordine.
Paolo Poletti - Università degli Studi LINK e Human Ai Laboratory (HAL).

L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran non è un episodio isolato, ma un salto di soglia nella lunga contesa mediorientale. Non tanto per l’intensità dei bombardamenti, quanto per la natura dell’obiettivo politico: non più solo contenere il programma nucleare iraniano, ma colpire il centro del potere.
Per anni il confronto tra Israele e Repubblica islamica è rimasto entro una logica di deterrenza incrociata: minacce esistenziali, operazioni indirette, guerra ombra, uso di proxy regionali. Anche lo scontro diretto del giugno 2025 era stato presentato come intervento di contenimento. L’offensiva del febbraio 2026 appare diversa: non si limita a degradare capacità, ma mira a paralizzare la catena decisionale. La differenza tra coercizione e rottura non è retorica, ma strategica.
Il dibattito non ruota più soltanto attorno alla soglia nucleare, bensì attorno alla possibilità di un regime change. La trattativa mediata dall’Oman, che avrebbe potuto riaprire un compromesso tecnico sul dossier atomico, è stata travolta da una decisione politica: forzare l’equilibrio. Il nodo non è più “quanto arricchimento”, ma “chi governa a Teheran”.
Questa scelta ridefinisce la crisi. Un attacco ai siti nucleari rientra nella deterrenza preventiva; un attacco che colpisce leadership e apparato di sicurezza apre una fase di incertezza sistemica. La Repubblica islamica non è un regime personale, ma una struttura stratificata in cui Guida suprema, apparato religioso, Guardiani della Rivoluzione e reti economiche si sostengono reciprocamente. Colpire il vertice non significa dissolvere il sistema, ma alterarne l’equilibrio interno.
Parallelamente, la crisi ha già superato il perimetro bilaterale. La risposta iraniana verso Israele e verso installazioni statunitensi nel Golfo ha trasformato il conflitto in un confronto regionale. I Paesi del Golfo, che negli ultimi anni avevano cercato un fragile equilibrio tra Washington e Teheran, si ritrovano ora esposti. La questione non riguarda più solo il triangolo Stati Uniti–Israele–Iran, ma l’intera architettura di sicurezza ed energia del Medio Oriente.
È qui che emerge la dimensione sistemica più rilevante: l’energia. L’Iran incide poco sulla produzione globale, ma lo Stretto di Hormuz resta uno snodo cruciale per petrolio e gas. Anche senza una chiusura formale, l’aumento del rischio può produrre effetti economici significativi. La scelta americana di non ricorrere subito alla Strategic Petroleum Reserve segnala la convinzione che l’escalation sia ancora gestibile, ma una crisi prolungata trasformerebbe rapidamente il conflitto militare in shock economico globale.
Infine, si affaccia il rischio più delicato: quello della frammentazione. La storia recente mostra che rovesciare un vertice non equivale a costruire un ordine. L’Iran non è la Libia, ma è un sistema complesso, attraversato da fratture e dotato di un apparato militare radicato. Se la rottura non fosse governata, il vuoto potrebbe generare instabilità regionale prolungata.
L’attacco all’Iran non è dunque solo un atto di guerra preventiva. È una prova per la deterrenza occidentale, per la resilienza del sistema iraniano e per la capacità dell’ordine internazionale di assorbire una crisi militare ed energetica simultanea. Se la deterrenza ha garantito finora un equilibrio instabile, la rottura apre un ciclo la cui durata dipenderà meno dal colpo iniziale e più dalla gestione delle sue conseguenze.
- Perché ora: decisione politica, non tecnica.
La domanda decisiva non è se Israele e Stati Uniti avessero la capacità di colpire l’Iran. L’avevano da anni. La questione è perché abbiano scelto di farlo adesso.
La giustificazione ufficiale richiama la minaccia nucleare e la necessità di prevenire uno scenario irreversibile. Ma la sequenza degli eventi suggerisce una dinamica più politica che tecnica.
Nei giorni precedenti all’attacco era ancora attivo un tentativo di riaprire un canale negoziale sul programma nucleare iraniano, con la mediazione dell’Oman e il coinvolgimento dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Secondo diverse ricostruzioni, Teheran avrebbe accettato di discutere limiti stringenti sull’arricchimento, rinviando ad una fase successiva il dossier dei missili balistici. Il confronto era dunque ancora dentro una logica di contenimento tecnico.
La frattura si è aperta sul perimetro dell’accordo. Per Israele, il problema non è mai stato soltanto il nucleare, ma l’intero sistema di deterrenza iraniano: arricchimento, arsenale missilistico, rete di milizie regionali. Un compromesso limitato al nucleare avrebbe congelato la minaccia senza intaccarne la leva principale. Per Washington, un’intesa parziale avrebbe potuto apparire come una riedizione politicamente fragile dell’accordo del 2015, con costi reputazionali rilevanti.
Il fallimento del negoziato non è stato quindi un semplice stallo tecnico, ma il momento in cui le richieste sono diventate politicamente incompatibili.
In questo quadro si inserisce la pressione israeliana. Per mesi il governo di Benjamin Netanyahu ha sostenuto che il tempo giocasse a favore di Teheran: ogni settimana di trattativa avrebbe consentito all’Iran di consolidare capacità e rafforzare la propria posizione regionale. Il nodo non era solo militare, ma reputazionale. Se gli Stati Uniti avessero accettato un compromesso ritenuto insufficiente, la loro credibilità presso gli alleati ne sarebbe uscita indebolita.
Colpire ha dunque risolto un problema di credibilità nel breve periodo. Ma ne ha aperto uno più complesso: quello della sostenibilità.
La capacità americana di reggere un eventuale ciclo prolungato di ritorsioni non è scontata. Una campagna estesa comporterebbe un consumo rapido di scorte missilistiche e un impegno navale significativo, in un momento in cui la postura globale statunitense è già sottoposta a tensioni multiple. La credibilità può essere ristabilita nell’immediato; la durata è un problema diverso.
La decisione appare quindi meno legata a un’imminenza tecnica – su cui le valutazioni di intelligence non erano unanimi – e più a un calcolo politico: evitare che l’Iran, resistendo alle pressioni, trasformasse l’intransigenza in una vittoria simbolica. Per Teheran, sopravvivere senza cedere sarebbe stato un successo. Per Washington e Tel Aviv, avrebbe segnato il fallimento della deterrenza.
- Dal contenimento al regime change: la trasformazione dell’obiettivo.
Bisogna ora chiarire la natura dell’obiettivo.
Per oltre un decennio il confronto tra Israele e Iran è stato incardinato su una formula precisa: contenere, ritardare, degradare. Anche nei momenti di maggiore tensione – dalle operazioni coperte contro scienziati nucleari alle campagne aeree contro infrastrutture in Siria – l’obiettivo dichiarato restava impedire all’Iran di consolidare capacità irreversibili, non rovesciarne il sistema politico.
L’offensiva del febbraio 2026 rompe questa logica: colpire siti nucleari rientra nella deterrenza preventiva; colpire la leadership politico-religiosa e il vertice dell’apparato di sicurezza segnala una volontà di paralisi sistemica. Nel primo caso si riducono capacità; nel secondo si incide sulla continuità del comando.
Il linguaggio politico ha seguito questa trasformazione: alle “linee rosse nucleari” si sono affiancati riferimenti espliciti al cambiamento interno iraniano. Il contenimento presuppone l’esistenza dell’avversario; il regime change presuppone che la sua stabilità sia parte del problema.
Questa svolta comporta tre conseguenze. Innanzitutto, l’innalzamento della soglia di risposta iraniana: se l’obiettivo è esistenziale, la ritorsione non sarà più solo difesa tecnica ma difesa di sopravvivenza. In secondo luogo, la dilatazione temporale del conflitto: destabilizzare un sistema è operazione più lunga che colpire un’infrastruttura. Infine, una maggiore fragilità sul piano della legittimità internazionale, soprattutto in assenza di evidenze condivise sull’imminenza della minaccia nucleare.
Ogni operazione di decapitazione produce un effetto immediato di shock e disorientamento. Il rischio è scambiare l’effetto iniziale per soluzione strutturale. La storia recente mostra che la rimozione di un vertice non equivale alla dissoluzione di un sistema quando l’apparato militare-ideologico è radicato e autonomo.
Il passaggio dal contenimento alla rottura non è dunque soltanto tattico, ma strategico. E conduce alla domanda decisiva: cosa accade quando un sistema perde il suo vertice ma non la sua struttura?
3. Il nodo iraniano: successione e struttura del potere.
La vera incognita dell’attacco non è ciò che è stato distrutto, ma ciò che sopravvive.
Colpire il vertice della Repubblica islamica apre una fase di transizione, ma non ne determina automaticamente l’esito. L’Iran non è un regime personale, bensì una costruzione istituzionale complessa in cui autorità religiosa, apparato militare e architettura costituzionale si intrecciano in un equilibrio stratificato. La rimozione del Leader non genera un vuoto immediato, ma attiva meccanismi previsti dalla Costituzione.
In caso di morte o incapacità della Guida Suprema, le funzioni vengono esercitate temporaneamente da un consiglio di transizione composto dal Presidente della Repubblica, dal Capo della Magistratura e da un membro del Consiglio dei Guardiani designato dal Consiglio di Discernimento. La scelta del successore spetta poi all’Assemblea degli Esperti, organo di 88 giuristi religiosi eletti.
Tuttavia, la dimensione formale è solo una parte del problema. Decisivo è il rapporto di forza tra il clero politico e il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC), che negli ultimi decenni ha ampliato il proprio peso militare ed economico. Nessuna successione stabile può prescindere dal consenso – o almeno dalla neutralità – dei Pasdaran.
La transizione del 1989 lo dimostra: Khamenei non era la figura teologicamente più autorevole, ma fu scelto come compromesso tra le diverse componenti del sistema. Oggi il contesto è più instabile: attacco esterno, regionalizzazione del conflitto, tensioni economiche e pressione sociale.
In una fase di guerra aperta, la successione diventa un test di coesione.
Se il nuovo vertice sarà percepito come debole, potrà essere spinto a dimostrare forza attraverso l’escalation. Una leadership di continuità rafforzerebbe la narrativa dell’assedio e consoliderebbe la linea della “resistenza”. Una competizione intra-élite, invece, potrebbe produrre radicalizzazione o paralisi decisionale.
Nel contesto attuale si possono delineare quattro scenari principali:
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Candidato / Profilo |
Base di potere |
Orientamento probabile |
Implicazioni strategiche |
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Clerico conservatore di continuità |
Clero tradizionale + parte dei Pasdaran |
Linea dura, continuità ideologica, rafforzamento dell’asse regionale |
Stabilità interna a breve termine; prosecuzione deterrenza multilivello; limitate aperture diplomatiche |
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Figura ibrida politico-religiosa |
Presidenza + settori pragmatici + establishment economico |
Gestione prudente del conflitto; tentativo di ridurre isolamento |
Aperture negoziali parziali; possibile tensione con IRGC |
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Leadership rafforzata dell’IRGC |
Apparato militare e sicurezza |
Militarizzazione del sistema; priorità alla sopravvivenza del regime |
Maggiore propensione all’escalation regionale; repressione interna più intensa |
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Successione frammentata / collegiale prolungata |
Compromesso instabile tra fazioni |
Transizione incerta e conflittuale |
Paralisi decisionale; rischio di radicalizzazione competitiva |
La morte o l’indebolimento di figure di vertice dell’apparato militare e di sicurezza suggerisce che la transizione possa essere segnata da negoziazioni interne e tensioni latenti. La successione non è dunque un dettaglio procedurale, ma una rinegoziazione del contratto politico interno: chi detiene la legittimità religiosa? Chi controlla l’apparato coercitivo? Chi garantisce la sopravvivenza del sistema sotto pressione esterna?
Intervenire sul vertice significa incidere sul processo di autoriproduzione del potere. Ma un sistema stratificato e ideologicamente coeso può reagire in modi che l’azione militare non controlla.
La traiettoria della crisi nei prossimi mesi dipenderà meno dall’intensità dei bombardamenti e più dall’esito di questa transizione.
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- La regionalizzazione della crisi.
L’attacco non ha aperto una guerra bilaterale. Ha riattivato una geografia del conflitto.
La risposta missilistica iraniana verso Israele e verso installazioni statunitensi nel Golfo ha trasformato la crisi in un confronto multilivello. Non si tratta più soltanto di Teheran contro Tel Aviv, ma di un sistema di alleanze, basi e corridoi energetici che si estende dall’arco levantino al Mar Rosso.
Il coinvolgimento diretto dell’architettura militare americana nella regione è il primo elemento decisivo. Le basi nel Golfo – dalla Quinta Flotta in Bahrein agli asset negli Emirati, in Kuwait e Qatar – sono pilastri della presenza statunitense nel Medio Oriente. Colpirle o minacciarle significa mettere alla prova la deterrenza americana.
Il secondo elemento riguarda i Paesi del Golfo. Negli ultimi anni avevano perseguito una strategia di equilibrio: normalizzazione con Israele, dialogo prudente con l’Iran, cooperazione con Washington. La regionalizzazione del conflitto li rende ora più esposti. Devono evitare l’escalation, proteggere le infrastrutture energetiche e non apparire subordinati a uno dei due poli.
Le loro posture divergono: gli Emirati privilegiano stabilità economica e sicurezza delle rotte; l’Arabia Saudita mantiene un’ambivalenza strategica; il Qatar cerca di preservare il proprio ruolo negoziale. Nessuno, tuttavia, può permettersi una destabilizzazione prolungata del Golfo.
La dimensione marittima completa il quadro. Lo Stretto di Hormuz e il corridoio del Mar Rosso sono i veri choke points della crisi. Anche senza una chiusura formale, l’aumento del rischio percepito può rallentare traffici e far salire i costi assicurativi, trasformando la pressione militare in pressione economica.
Accanto agli attori regionali si muovono potenze esterne. La Russia sfrutta la crisi per indebolire la posizione americana senza esporsi direttamente; la Cina, dipendente dai flussi energetici del Golfo, privilegia la stabilità e il richiamo al diritto internazionale.
La crisi assume così una forma a geometria variabile: interessi convergenti e divergenti si sovrappongono, e nessun attore controlla da solo la traiettoria dell’escalation. La domanda non è soltanto chi colpisce, ma fino a che punto si è disposti a farlo.
La guerra non è più confinata a un fronte. È diffusa in un sistema.
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- Choke points ed energia: la leva sistemica.
La dimensione militare della crisi è visibile. Quella energetica è decisiva.
L’Iran pesa poco sull’offerta globale di petrolio – meno del 3 per cento della produzione mondiale – ma la sua centralità è geografica. Circa un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa di gas naturale liquefatto transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. La leva iraniana non è produttiva, ma di passaggio.
Una chiusura formale di Hormuz costituirebbe uno shock sistemico. Ma anche una chiusura “di fatto”, ottenuta attraverso minacce o incremento del rischio assicurativo, può rallentare traffici e aumentare i costi senza bloccare completamente il corridoio. Non è necessario fermare le navi: basta rendere il passaggio più costoso e incerto.
La scelta americana di non ricorrere immediatamente alla Strategic Petroleum Reserve indica che Washington ritiene, almeno per ora, l’escalation contenibile. Ma la riserva può calmare i prezzi nel breve periodo; non può compensare a lungo una riduzione strutturale dei flussi.
OPEC+ rappresenta l’altro elemento di stabilizzazione potenziale. I grandi produttori del Golfo dispongono di capacità inutilizzata che può essere attivata per attenuare la tensione sui mercati. Tuttavia, questa leva è politica prima che tecnica: aumentare l’offerta significa assumere un ruolo di stabilizzatori, con implicazioni nei rapporti con Washington e con Teheran.
Esiste inoltre un effetto geopolitico spesso trascurato: l’impatto sulla Russia. Mosca finanzia in larga misura la propria economia di guerra attraverso le esportazioni energetiche. A prezzi contenuti, il bilancio russo è sotto pressione; un rialzo duraturo di petrolio e gas, alimentato dall’instabilità nel Golfo, alleggerirebbe tali tensioni e offrirebbe un margine fiscale aggiuntivo. Una crisi energetica prolungata rappresenterebbe quindi un vantaggio strategico per il Cremlino.
L’Europa resta particolarmente vulnerabile alla dimensione marittima della crisi. Dopo la guerra in Ucraina, la dipendenza da forniture via mare e rotte alternative è aumentata. Deviazioni prolungate e premi assicurativi elevati possono riattivare pressioni inflazionistiche e incidere sulla crescita.
In questo quadro, l’energia diventa un moltiplicatore di rischio. Non occorre chiudere formalmente Hormuz per esercitare pressione: è sufficiente dimostrare di poterlo fare.
Quando l’energia entra nel campo di battaglia, la guerra smette di essere locale e diventa sistemica.
6. Rischio “Libia” e frammentazione: cosa accade dopo la rottura.
Il regime change è una parola potente, ma ambigua.
La storia recente mostra che la rimozione di un vertice politico non coincide automaticamente con la nascita di un ordine stabile. Iraq 2003 e Libia 2011 insegnano che il collasso di un centro di potere può generare competizione armata tra élite, milizie e attori esterni, con effetti prolungati e difficilmente controllabili.
L’Iran non è la Libia: dispone di una tradizione statuale solida, istituzioni radicate e un’identità nazionale forte. Ma è anche uno Stato attraversato da fratture – religiose, generazionali, economiche – in cui l’IRGC non è semplice strumento dello Stato, bensì parte costitutiva del potere.
Se la successione producesse un vuoto di leadership o una competizione prolungata tra fazioni, la destabilizzazione potrebbe assumere forme diverse da quelle libiche ma non meno rilevanti: non una dissoluzione territoriale immediata, bensì una moltiplicazione di centri decisionali e una maggiore autonomia dei proxy regionali.
Hezbollah, milizie sciite irachene, Houthi e Hamas dipendono dalla coerenza del centro iraniano. Una leadership indebolita potrebbe favorire due dinamiche opposte: maggiore autonomia e imprevedibilità delle reti armate, oppure una radicalizzazione coordinata per dimostrare che l’asse della resistenza resta intatto. In entrambi i casi, la stabilità regionale sarebbe messa alla prova.
Sul piano interno, una società giovane e urbanizzata potrebbe riattivare mobilitazioni contro il regime; ma senza un’alternativa organizzata, tali spinte rischierebbero di essere represse o strumentalizzate dalle fazioni in competizione.
Sul piano esterno, una destabilizzazione prolungata dell’Iran avrebbe ricadute immediate su Iraq, Siria, Afghanistan e sulle rotte energetiche del Golfo, ampliando l’area dell’instabilità.
Il punto resta essenziale: rovesciare è più semplice che governare il dopo. Senza un’architettura politica alternativa, la rottura può produrre non un nuovo equilibrio, ma un disordine competitivo.
Se la deterrenza era una gestione controllata della minaccia, il regime change è un salto nel campo dell’incertezza. E l’incertezza, in un sistema regionale fragile, è di per sé un moltiplicatore di rischio.
7. La soglia sistemica: ordine internazionale e responsabilità occidentale.
L’attacco all’Iran non è soltanto un evento regionale. È un test dell’ordine internazionale. Negli ultimi due decenni il sistema globale ha oscillato tra interventismo selettivo e ritiro prudente, tra multilateralismo dichiarato e unilateralismo praticato. L’uso della forza resta legittimo nel perimetro dell’autodifesa, ma diventa controverso quando si estende alla trasformazione degli equilibri politici interni di uno Stato sovrano.
La crisi attuale si colloca su questa linea di confine. Se l’obiettivo è prevenire una minaccia imminente, la logica rientra nella deterrenza preventiva. Se l’obiettivo diventa alterare la struttura del potere iraniano, si entra in una zona grigia in cui diritto, equilibrio strategico e calcolo politico si sovrappongono.
La questione non è soltanto giuridica, ma reputazionale. Gli Stati Uniti, intervenendo direttamente, hanno riaffermato la propria disponibilità a usare la forza per difendere un alleato e preservare la credibilità della deterrenza. Ma la scelta avviene in un contesto di competizione sistemica, in cui ogni atto viene valutato da Mosca, Pechino e dal Sud globale.
Per l’Europa, la crisi rappresenta una prova di coerenza. Il richiamo alla legalità internazionale convive con vincoli energetici e con il legame transatlantico, producendo una postura che privilegia la de-escalation ma fatica a incidere sulla traiettoria strategica.
Il rischio è che l’oscillazione tra inerzia diplomatica e rottura improvvisa renda l’uso della forza uno strumento sempre più ordinario di regolazione dei conflitti. Non per mancanza di alternative, ma per assenza di continuità nella loro costruzione.
La deterrenza aveva garantito un equilibrio instabile; la rottura apre un ciclo la cui durata dipenderà dalla capacità di governarne le conseguenze.
La domanda non è se l’attacco fosse inevitabile, ma se esista una strategia per il dopo.
Senza un disegno condiviso di sicurezza regionale e meccanismi credibili di contenimento, il rischio non è solo l’escalation. È la normalizzazione dell’eccezione.
La soglia è stata oltrepassata. Resta da capire se esista ancora un argine.
Conclusione. Il prezzo dell’inerzia
Ogni crisi militare ha una genealogia politica. Nessun conflitto esplode nel vuoto.
L’attacco all’Iran e la sua regionalizzazione non sono solo il prodotto di decisioni improvvise, ma l’esito di anni di ambiguità, compromessi parziali, deterrenze imperfette e diplomazie intermittenti. Troppo spesso l’Occidente ha oscillato tra condanne verbali e accomodamenti tattici nei confronti di regimi autoritari, Stati canaglia e sistemi repressivi, nella speranza che il tempo attenuasse le tensioni o che la gestione tecnica potesse sostituire la visione politica.
Il tempo, però, non è neutrale.
Quando si tollerano a lungo repressioni interne, destabilizzazioni regionali e violazioni sistematiche delle regole internazionali senza costruire alternative credibili, le tensioni non si dissolvono: si accumulano. E quando raggiungono una soglia critica, si trasformano in decisioni militari che pretendono di essere risolutive. Non sempre lo sono.
Condannare l’uso della forza è doveroso. Ma altrettanto doveroso è interrogarsi sulle omissioni che lo hanno preceduto. La prevenzione politica e diplomatica richiede coerenza, continuità e capacità di sostenere nel tempo principi e interessi, anche quando il costo immediato è elevato. I valori democratici non possono essere evocati solo nelle crisi acute; devono essere riaffermati costantemente, con strumenti politici e diplomatici efficaci, prima che la forza diventi l’unica opzione rimasta.
La crisi attuale ricorda una verità spesso ignorata: l’indifferenza ha un prezzo. Non intervenire politicamente, non costruire architetture di sicurezza inclusive, non esercitare pressione coerente quando ancora è possibile farlo, significa spesso rimandare il problema a una fase in cui le opzioni sono drasticamente ridotte.
La sfida ora è evitare che una dinamica di ritorsioni incrociate si trasformi in un conflitto strutturale. In questo sforzo, la diplomazia europea e italiana non può limitarsi a registrare gli eventi. Può e deve contribuire a ricostruire spazi di negoziazione, a riaffermare la centralità del diritto internazionale e a impedire che la rottura diventi normalità.
La guerra è sempre un fallimento della politica. Ma la politica fallisce quando abdica prima che inizino i missili.
*Dalla rivoluzione del 1979 la Repubblica islamica ha adottato una strategia di proiezione indiretta della propria influenza regionale, affidata principalmente alla Forza Quds del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC). Secondo rapporti del Dipartimento di Stato USA, del Tesoro statunitense e di diverse commissioni ONU sulle sanzioni, Teheran fornisce a Hezbollah in Libano supporto finanziario e militare stimato in centinaia di milioni di dollari annui, oltre a missili, droni e sistemi di guida di precisione. Hamas, pur movimento sunnita, riceve finanziamenti, addestramento e know-how militare dall’Iran, in particolare dopo il 2014, mentre gli Houthi yemeniti sono stati dotati di capacità missilistiche e droni impiegati nel Mar Rosso contro traffici commerciali e obiettivi regionali.
Questa architettura di proxy – talvolta definita “asse della resistenza” – consente all’Iran di esercitare una pressione multilivello su Israele e sui partner statunitensi nel Golfo, riducendo il rischio di confronto diretto ma ampliando la profondità strategica del conflitto. L’esistenza di tale rete costituisce uno dei principali argomenti utilizzati da Israele e Stati Uniti per qualificare la minaccia iraniana come sistemica e non limitata al solo dossier nucleare.




