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Washington chiude con l’Oms e rivendica la scelta: sanità globale verso accordi diretti

Gli Stati Uniti hanno completato formalmente l’uscita dall’Organizzazione mondiale della sanità, mettendo fine a un rapporto storico che durava dalla fondazione dell’agenzia.

Gli Stati Uniti hanno completato formalmente l’uscita dall’Organizzazione mondiale della sanità, mettendo fine a un rapporto storico che durava dalla fondazione dell’agenzia. La decisione viene presentata dall’amministrazione americana come una promessa mantenuta e come un passaggio necessario dopo anni di critiche alla gestione delle crisi sanitarie globali, a partire dalla pandemia di Covid-19. Con una nota congiunta, il Dipartimento della Salute e dei Servizi umani e il Dipartimento di Stato hanno certificato la conclusione dell’adesione americana, a dodici mesi dall’avvio ufficiale della procedura annunciata il 20 gennaio 2025.

Il percorso formale verso il recesso

L’uscita degli Stati Uniti dall’Oms è il risultato di un iter avviato all’inizio del nuovo mandato presidenziale e portato avanti senza interruzioni nel corso dell’ultimo anno. La procedura, prevista dagli accordi internazionali, si è articolata in una fase di notifica, nella progressiva sospensione dei contributi finanziari e nel ritiro del personale statunitense distaccato presso l’organizzazione. Con la comunicazione odierna, Washington dichiara chiuso ogni vincolo di appartenenza, limitando i contatti residui esclusivamente alle attività tecniche necessarie a completare il disimpegno e a tutelare la salute dei cittadini americani.

Secondo le autorità federali, la scelta non è improvvisa né simbolica, ma rappresenta l’atto finale di una strategia annunciata e perseguita con continuità. L’amministrazione sottolinea che il recesso non comporta un arretramento dell’impegno statunitense in ambito sanitario, bensì un cambio radicale degli strumenti utilizzati per esercitare la propria influenza globale.

Le accuse sulla gestione della pandemia

Al centro della decisione vi è una valutazione fortemente negativa della risposta dell’Oms alla pandemia di Covid-19. Washington accusa l’organizzazione di aver reagito con ritardi significativi nelle fasi iniziali dell’emergenza, sostenendo che settimane decisive sarebbero andate perse prima della dichiarazione di emergenza sanitaria globale e, successivamente, dello stato di pandemia. Secondo la ricostruzione americana, questi ritardi avrebbero favorito una diffusione incontrollata del virus a livello internazionale.

Le critiche riguardano anche le comunicazioni iniziali sul rischio di trasmissione. L’Oms viene accusata di aver sottovalutato per un periodo prolungato la possibilità di contagio asintomatico e la diffusione per via aerea, elementi che hanno inciso sulle strategie di contenimento adottate da molti Paesi. In questa lettura, le indicazioni fornite non avrebbero rispecchiato tempestivamente le evidenze scientifiche emergenti.

Il nodo dei rapporti con la Cina

Un altro punto centrale delle accuse statunitensi riguarda la presunta mancanza di indipendenza dell’Oms dalle pressioni politiche di alcuni Stati membri, con un riferimento esplicito alla Cina. Washington contesta il giudizio positivo espresso dall’organizzazione sulla gestione iniziale dell’epidemia da parte di Pechino, ritenendo che siano stati minimizzati problemi di trasparenza e ritardi nella condivisione delle informazioni.

Nel mirino finiscono anche le difficoltà incontrate dalle missioni internazionali nel reperire dati completi sui primi casi di Covid-19, comprese le sequenze genetiche iniziali e le informazioni sulle attività di ricerca e sui livelli di biosicurezza dei laboratori di Wuhan. Secondo l’amministrazione americana, l’assenza di una piena cooperazione avrebbe compromesso la credibilità delle conclusioni ufficiali sulle origini del virus.

Le riforme mancate e la crisi di fiducia

Le critiche non si limitano alla fase emergenziale. Gli Stati Uniti sostengono che, anche nel periodo successivo alla pandemia, l’Oms non abbia intrapreso riforme strutturali sufficienti in materia di governance, trasparenza e capacità di coordinamento. Questa inerzia avrebbe rafforzato l’idea di un’organizzazione appesantita da dinamiche burocratiche e politiche, incapace di rispondere con rapidità e autonomia alle crisi sanitarie globali.

In questo contesto, Washington parla apertamente di un’erosione irreversibile della fiducia, arrivando a definire l’organizzazione “oltre ogni possibilità di riparazione”. La rottura viene descritta come il risultato di un accumulo di criticità non affrontate, non come una scelta isolata legata a un singolo episodio.

Il progressivo disimpegno operativo

Nel corso dell’ultimo anno, gli Stati Uniti hanno accompagnato il percorso formale di uscita con una riduzione concreta della presenza operativa. I finanziamenti sono stati progressivamente sospesi, il personale richiamato e le attività svolte in ambito multilaterale riallocate verso altre modalità di cooperazione. Da oggi, chiariscono le autorità americane, ogni rapporto con l’Oms sarà limitato a questioni tecniche residuali, senza alcun coinvolgimento strategico o politico.

La durezza dei toni emerge anche da una controversia simbolica: secondo Washington, l’organizzazione non riconoscerebbe pienamente il recesso e avrebbe rifiutato di restituire la bandiera statunitense esposta davanti alla sede, avanzando richieste di compensazione. Un episodio che l’amministrazione cita come ulteriore prova di una gestione giudicata burocratica e politicizzata.

La nuova strategia sanitaria globale degli Stati Uniti

Nonostante l’uscita dall’Oms, gli Stati Uniti rivendicano l’intenzione di mantenere un ruolo guida nella sanità globale, ma attraverso strumenti diversi. La strategia annunciata punta su partenariati bilaterali diretti con singoli Paesi, collaborazioni con il settore privato, organizzazioni non governative e realtà religiose. Le priorità dichiarate includono la risposta rapida alle emergenze, il rafforzamento della biosicurezza e l’innovazione tecnologica in ambito sanitario.

L’obiettivo esplicitato è proteggere in primo luogo la popolazione americana, intercettando le minacce infettive prima che raggiungano il territorio nazionale, ma allo stesso tempo generare benefici anche per i partner internazionali coinvolti nei nuovi accordi.

Prevenzione, sorveglianza e visite mirate

Nel nuovo assetto delineato da Washington, la prevenzione e la sorveglianza sanitaria assumono un ruolo centrale. L’amministrazione sottolinea l’importanza di sistemi di monitoraggio precoce delle malattie infettive, di programmi di screening mirati e di una rete di cooperazione che consenta di individuare rapidamente focolai emergenti. In questa prospettiva, le visite specialistiche, la diagnosi precoce e il rafforzamento delle capacità di laboratorio diventano strumenti chiave per ridurre l’impatto delle future emergenze.

La scelta di puntare su accordi diretti viene presentata come un modo per rendere più efficiente la prevenzione primaria e secondaria, evitando ritardi decisionali e garantendo un flusso rapido di dati clinici e scientifici tra i partner coinvolti.

Una frattura che cambia gli equilibri globali

L’uscita degli Stati Uniti dall’Oms segna una rottura profonda nell’architettura multilaterale della salute globale. L’organizzazione perde il suo storico principale sostenitore finanziario e politico, mentre il sistema internazionale si trova di fronte a una fase di incertezza sulla capacità di coordinare risposte comuni alle future crisi sanitarie. Sullo sfondo resta un interrogativo centrale: se la frammentazione degli strumenti di cooperazione rafforzerà l’efficacia della prevenzione o se, al contrario, renderà più difficile affrontare emergenze che per loro natura non conoscono confini.

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