“UN NUOVO SCENARIO SI STA REALIZZANDO”: L’ESCALATION CONTRO L’IRAN E LA STRATEGIA DELLO “SMANTELLAMENTO”

“UN NUOVO SCENARIO SI STA REALIZZANDO”: L’ESCALATION CONTRO L’IRAN E LA STRATEGIA DELLO “SMANTELLAMENTO”
di Chiara Cavalieri
IL CAIRO- La crescente tensione tra Stati Uniti e Iran non è il preludio a una guerra classica in Medio Oriente, ma l’espressione di una strategia molto più sottile e pericolosa: l’indebolimento sistematico degli Stati attraverso pressioni militari limitate, destabilizzazione interna e guerra psicologica. È questa la lettura offerta dall’ex ministro degli Esteri egiziano Mohamed El-Orabi, che ha delineato un quadro realistico e inquietante della fase che la regione sta attraversando.
Secondo El-Orabi, l’idea di una guerra tradizionale — con grandi forze terrestri dispiegate — è oggi improbabile. Le operazioni militari moderne non puntano più a occupare territori, ma a logorare i regimi, colpirne le infrastrutture strategiche e creare un contesto di instabilità permanente che ne limiti la capacità di azione. Attacchi aerei mirati, operazioni cibernetiche e campagne di pressione politica sono gli strumenti privilegiati di questo nuovo tipo di conflitto.
L’Iran al centro della pressione
Nel gennaio 2026, l’escalation tra Washington e Teheran ha raggiunto un nuovo livello quando il presidente americano Donald Trump ha minacciato un intervento militare in risposta alla repressione delle proteste in Iran. Pur escludendo l’invio di truppe di terra, Trump ha lasciato aperta la porta ad attacchi aerei, operazioni informatiche e pressioni psicologiche, rafforzando l’idea di un’azione volta a indebolire il regime, non a rovesciarlo direttamente.
Secondo El-Orabi, attacchi come quelli già condotti nel giugno 2025 contro obiettivi iraniani non mirano alla caduta del governo, ma a limitare le capacità militari e nucleari di Teheran e a impedire che l’Iran diventi una minaccia strategica per Israele e per l’ordine regionale promosso dagli Stati Uniti.
Perché l’Iran non è il Venezuela
L’ex ministro egiziano esclude che l’Iran possa seguire uno “scenario venezuelano”. Il motivo è semplice: il nazionalismo iraniano è molto più radicato e strutturato, e la presenza della Guardia Rivoluzionaria garantisce al regime una capacità di controllo e di reazione che Caracas non ha mai avuto. Le pressioni esterne, anzi, tendono a compattare la popolazione attorno al potere piuttosto che a disgregarla.
La strategia dello “smantellamento”
El-Orabi inserisce la crisi iraniana in una dinamica regionale più ampia. In Sudan, Yemen, Libia e Siria, il Medio Oriente è attraversato da conflitti interni che non sono casuali: fanno parte di una strategia di frammentazione degli Stati nazionali. In questo contesto, Israele — spesso con il sostegno implicito degli Stati Uniti — agisce per ridurre l’influenza iraniana, alimentando divisioni e instabilità invece di affrontare uno scontro diretto.
La miccia delle proteste
In Iran, le proteste scoppiate a fine dicembre 2025, causate dal crollo del rial e dal caro vita, si sono estese a oltre 20 città. La repressione ha provocato centinaia di vittime, innescando la reazione americana. Trump ha invitato pubblicamente gli iraniani a continuare a protestare e ha promesso “aiuti”, annunciando al tempo stesso la sospensione di ogni contatto con Teheran finché la repressione non fosse cessata.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Il ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha dichiarato che l’Iran è “pronto sia alla guerra sia ai negoziati”, accusando Stati Uniti e Israele di fomentare le proteste per giustificare un intervento.
In questo clima, il consigliere della Guida Suprema Ali Larijani ha attaccato direttamente Trump e Netanyahu, definendoli pubblicamente “gli assassini del popolo iraniano”.
Una guerra senza guerra
Il quadro che emerge è quello di una guerra non dichiarata: nessuna invasione, ma una pressione costante, calibrata, progettata per tenere l’Iran sotto assedio politico, economico e psicologico. È una strategia che non punta alla vittoria rapida, ma al logoramento, inserita in una visione più ampia di ridisegno degli equilibri del Medio Oriente.
Come avverte El-Orabi, questo nuovo scenario non promette stabilità, ma una lunga stagione di conflitti frammentati, dove gli Stati vengono indeboliti dall’interno mentre le grandi potenze evitano il prezzo politico di una guerra totale.
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