Scetticismo israeliano sull’ordine esecutivo di Trump contro i Fratelli Musulmani: l’analisi di Zvi Bar’el

Scetticismo israeliano sull’ordine esecutivo di Trump contro i Fratelli Musulmani: l’analisi di Zvi Bar’el
di Chiara Cavalieri *
AiSC News.. TEL AVIV- L’annuncio dell’ordine esecutivo con cui il presidente statunitense Donald Trump intende classificare i Fratelli Musulmani come organizzazione terroristica continua a provocare reazioni e analisi in tutto il Medio Oriente. Tra le voci più critiche si distingue quella del noto analista politico israeliano Zvi Bar’el, editorialista di Haaretz, che in un lungo articolo ha messo in discussione l’efficacia reale e la coerenza strategica della decisione americana.
Una “mossa tettonica”? Per Bar’el si tratta di un’esagerazione
Bar’el ricorda che il consigliere presidenziale Sebastian Gorka, figura di spicco nel National Security Council, ha definito la decisione una “mossa tettonica”, sostenendo che la Fratellanza rappresenti una minaccia diretta agli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati regionali.
Secondo l’autore tuttavia, questa valutazione è gonfiata e non supportata da un’analisi strategica reale. La misura – sostiene – appare più come un gesto politico destinato alla base interna americana che come un passo calibrato nella lotta all’estremismo.
Le omissioni di Turchia e Qatar: il cuore del problema
L’elemento più critico, secondo Bar’el, è la scelta americana di escludere Turchia e Qatar, i due maggiori centri di sostegno politico, logistico e finanziario dei Fratelli Musulmani nell’ultimo decennio.
Il decreto colpisce solo le sezioni della Fratellanza presenti in Egitto, Giordania e Libano – Paesi che già considerano il gruppo una minaccia interna – ignorando però i due attori che più attivamente ne sostengono l’infrastruttura regionale.
Questa scelta, secondo l’analista, mina la credibilità dell’intera operazione, rivelando che il provvedimento è guidato più da fragili equilibri diplomatici che da criteri oggettivi di sicurezza.
Sanzioni previste ma impatto limitato
L’ordine esecutivo non è ancora entrato in vigore: l’amministrazione americana ha 30 giorni per presentare un rapporto tecnico sui meccanismi di attuazione.
Le misure previste includono:
congelamento dei beni e delle attività finanziarie
chiusura dei conti bancari
divieto d’ingresso negli Stati Uniti per attivisti e affiliati
possibilità di mandati di arresto internazionali
Haaretz sottolinea però che, anche qualora fossero implementate, queste misure avrebbero un valore più simbolico che operativo e non intaccherebbero la struttura profonda del movimento, distribuita in decine di Paesi e capace di adattarsi rapidamente.
Egitto e Giordania: realtà consolidate che non dipendono da Washington
Bar’el osserva che Paesi come Egitto e Giordania combattono la Fratellanza Musulmana da decenni, con apparati di sicurezza consolidati e leggi specifiche.
Per questi Stati, la decisione americana non aggiunge nulla di realmente nuovo, ma piuttosto formalizza una realtà già esistente: la percezione della Fratellanza come minaccia diretta alla stabilità interna.
Il rapporto tra questi Paesi e il movimento è definito storico, complesso e stratificato, impossibile da stravolgere “con un tratto di penna” attraverso un ordine emanato da Washington.
Il caso Hamas: un attore a parte per Cairo e Amman
Bar’el afferma inoltre che la decisione americana non avrà impatti sulla posizione di Hamas in Egitto e Giordania.
Pur condividendo l’origine ideologica con la Fratellanza, Hamas viene trattata da Il Cairo e Amman come:
attore palestinese
con funzioni politiche e di sicurezza complesse
e con una dimensione territoriale e militare che la distingue dal “gruppo madre”
Per questo motivo, l’ordine esecutivo americano non inciderà sulle strategie regionali egiziane e giordane verso il movimento palestinese.
La conclusione di Bar’el: pressione politica, non lotta al terrorismo
Nella sua analisi finale, Bar’el sostiene che l’esclusione di Turchia e Qatar rivela chiaramente quale sia il vero scopo dell’iniziativa americana: esercitare pressione politica sugli avversari regionali degli Stati Uniti, più che contrastare l’estremismo islamista.
Una scelta che, secondo l’autore, riduce drasticamente l’efficacia strategica del decreto, trasformandolo in un gesto più diplomatico che operativo.
Il risultato è un provvedimento che rischia di rimanere nell’ambito delle sanzioni simboliche, senza produrre effetti strutturali né sulla Fratellanza Musulmana né sugli equilibri regionali del Medio Oriente.
*L’autrice è presidente della associazione Italo-Egiziana Eridanus e vicepresidente del Centro Studi UCOI-UCOIM.
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