SANITÀ

Milleproroghe e sanità: corsia aperta fino a 72 anni per i medici del SSN, esclusa l’area universitaria

Il decreto Milleproroghe torna a incidere sull’organizzazione del Servizio sanitario nazionale con una scelta che punta a tamponare le carenze di personale medico. Un emendamento governativo stabilisce che i medici dipendenti del SSN possano restare in servizio su base volontaria fino al compimento dei 72 anni, almeno per tutto il 2026.

Il decreto Milleproroghe torna a incidere sull’organizzazione del Servizio sanitario nazionale con una scelta che punta a tamponare le carenze di personale medico. Un emendamento governativo stabilisce che i medici dipendenti del SSN possano restare in servizio su base volontaria fino al compimento dei 72 anni, almeno per tutto il 2026. La misura nasce con l’obiettivo dichiarato di garantire la continuità assistenziale nei territori più fragili, ma introduce una distinzione netta che sta già facendo discutere: i docenti universitari impegnati anche in attività assistenziale restano esclusi dalla proroga, con il termine fissato al 31 dicembre 2025.

Una proroga mirata per fronteggiare la carenza di personale

Il cuore dell’intervento è la possibilità di prolungare l’attività lavorativa dei medici del Servizio sanitario nazionale oltre i limiti ordinari di età, su base volontaria e senza automatismi. La scelta viene giustificata dall’esecutivo come risposta emergenziale a una carenza strutturale di personale che, in alcune aree del Paese, rischia di tradursi nella riduzione o sospensione di servizi essenziali. La proroga è pensata come uno strumento temporaneo, inserito nel Milleproroghe proprio per evitare soluzioni definitive che modifichino in modo stabile l’assetto delle carriere mediche.

Il periodo di riferimento indicato dall’emendamento è l’intero 2026, entro il quale i professionisti interessati potranno continuare a prestare servizio mantenendo il rapporto con il SSN. L’adesione resta individuale e subordinata alle esigenze organizzative delle singole strutture pubbliche, in un quadro che privilegia la gestione flessibile delle risorse umane disponibili.

L’esclusione dei docenti universitari dall’estensione

Accanto alla proroga, il testo dell’emendamento chiarisce un punto destinato a incidere sul sistema: i medici universitari che svolgono anche attività assistenziale non rientrano nella possibilità di prolungamento fino a 72 anni. Per questa platea, la deroga precedente si è conclusa il 31 dicembre 2025 e non viene rinnovata. La scelta è attribuita a un indirizzo preciso del Ministero dell’Università e della Ricerca, esplicitato anche nella relazione tecnica allegata al provvedimento.

Nel corso dell’esame parlamentare erano stati presentati emendamenti da diverse forze politiche con l’obiettivo di estendere la proroga a tutti i medici, senza distinzioni tra dipendenti del SSN e docenti universitari. La decisione finale del governo, però, ha mantenuto una linea selettiva, lasciando fuori una componente rilevante del personale che opera quotidianamente nell’assistenza pubblica, soprattutto nei contesti di alta specializzazione e formazione.

Il ricorso a incarichi temporanei per i medici in quiescenza

L’emendamento Milleproroghe non si limita alla permanenza in servizio dei medici ancora in attività. È prevista anche la possibilità di affidare incarichi di collaborazione o di lavoro autonomo a professionisti già in quiescenza, con contratti di durata non superiore a sei mesi. Questo strumento viene presentato come ulteriore leva per rispondere a situazioni critiche, consentendo alle aziende sanitarie di coprire temporaneamente turni scoperti o reparti sotto pressione.

La durata limitata degli incarichi e la natura flessibile del rapporto evidenziano il carattere emergenziale della misura. Non si tratta di una stabilizzazione, ma di un intervento tampone che mira a evitare interruzioni nell’erogazione delle prestazioni, soprattutto in ambiti come l’emergenza-urgenza, l’anestesia e la rianimazione, dove la disponibilità di personale esperto è decisiva.

Le emergenze territoriali come leva politica

Alla base della scelta del governo vi sono state anche pressioni legate a specifiche emergenze territoriali, emerse con forza negli ultimi mesi. In alcune aree periferiche e interne, il venir meno delle proroghe avrebbe comportato il rischio concreto di chiusura di reparti chiave, con effetti immediati sull’accesso alle cure per intere comunità.

In questi contesti, la possibilità di trattenere in servizio medici prossimi al pensionamento o già pensionati è stata indicata come unica soluzione praticabile nel breve periodo. La proroga viene quindi letta come una misura di “tenuta del sistema”, capace di evitare vuoti assistenziali difficilmente colmabili con nuovi ingressi, anche a causa dei tempi lunghi della formazione e del reclutamento.

Un intervento temporaneo in attesa di riforme strutturali

La scelta di intervenire attraverso il Milleproroghe conferma il carattere transitorio della misura. Il prolungamento fino a 72 anni non viene presentato come soluzione strutturale, ma come risposta contingente a una fase di particolare criticità. Restano sullo sfondo i nodi irrisolti della programmazione del personale sanitario, del numero di specialisti formati ogni anno e della distribuzione territoriale delle risorse umane.

L’esclusione dei docenti universitari, inoltre, apre un tema di coordinamento tra sistema sanitario e sistema universitario, soprattutto per quanto riguarda la continuità assistenziale e il ruolo della didattica clinica. La separazione delle due platee rischia di accentuare squilibri già presenti, in un momento in cui il fabbisogno di competenze elevate è in crescita.

Visite specialistiche, prevenzione e accesso alle cure

Nel contesto della carenza di personale medico, il tema delle visite specialistiche e della prevenzione assume un rilievo centrale. La riduzione degli organici incide direttamente sui tempi di attesa per esami diagnostici e controlli periodici, fondamentali per l’individuazione precoce delle patologie e per il monitoraggio delle condizioni croniche.

Garantire la presenza di medici esperti anche oltre l’età pensionabile può contribuire, seppur temporaneamente, a mantenere attivi percorsi di prevenzione secondaria e follow-up specialistici, soprattutto nelle aree meno servite. Screening oncologici, controlli cardiovascolari, monitoraggi metabolici e valutazioni neurologiche dipendono dalla disponibilità di professionisti qualificati in grado di assicurare continuità assistenziale.

In questa fase, la proroga fino a 72 anni viene letta come uno strumento per non interrompere l’accesso alle cure e alle visite mirate, evitando che la carenza di personale si traduca in diagnosi tardive o rinvii prolungati. Resta però evidente che la prevenzione efficace richiede una pianificazione stabile delle risorse, non affidata solo a soluzioni emergenziali.

Un equilibrio fragile tra urgenza e programmazione

Il Milleproroghe conferma ancora una volta come il sistema sanitario italiano sia costretto a muoversi tra urgenze immediate e riforme rinviate. La proroga per i medici fino a 72 anni rappresenta una risposta rapida, ma mette in luce la difficoltà di affrontare in modo strutturale la crisi del personale. L’esclusione dei docenti universitari e il ricorso a incarichi brevi per i pensionati delineano un equilibrio fragile, che potrà reggere solo nel breve periodo se non accompagnato da scelte di lungo respiro su formazione, reclutamento e organizzazione del lavoro medico.

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