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Medio Oriente e Mediterraneo nel dopo‑Khamenei

Medio Oriente e Mediterraneo nel dopo‑Khamenei

di Gianni Lattanzio*

Nel cuore del XX secolo George Kennan parlava di «lunga pazienza strategica» per descrivere la politica internazionale; il Medio Oriente e il Mediterraneo del dopo‑Khamenei, al contrario, sembrano dominati dalla tirannia dell’istante: missili che solcano il cielo, immagini di bunker distrutti, comunicati trionfalistici, borse che sobbalzano. Eppure, dietro il frastuono del presente, si intravede un cambiamento più profondo: l’intero sistema che va dal Golfo Persico alle coste europee sta entrando in una fase nuova, meno ordinata e più interdipendente, in cui nessun attore può più illudersi di restare spettatore. La morte della Guida iraniana, avvenuta nel pieno dell’offensiva israelo‑americana, non è solo l’uscita di scena di un uomo che ha dominato per decenni la vita della Repubblica islamica; è la rottura di uno dei perni simbolici e politici di un ordine regionale già fragile. L’Iran si scopre improvvisamente senza il suo vertice supremo, ma non senza sistema: clero, Pasdaran, apparati di sicurezza, grandi fondazioni economiche costituiscono una trama di potere che resiste alla morte del leader e che oggi, attraverso il meccanismo costituzionale della reggenza, tenta di trasformare un trauma in continuità. Il rischio, tuttavia, è che questa continuità assuma sempre più i tratti di una “seconda repubblica” praetoriana, dove i militari e l’apparato di sicurezza dettano il tono, mentre il nuovo vertice religioso si limita a ratificare. Sullo sfondo, una società iraniana giovane, istruita, stanca di repressione ma anche spaventata dagli spettri di Iraq e Siria, vive lacerata tra la domanda di cambiamento e la paura del vuoto.
Il Medio Oriente nel suo insieme entra così in una fase in cui non esistono più periferie: ciò che accade a Teheran si riverbera a Riad, Doha, Beirut, Il Cairo, per poi rimbalzare su Atene, Nicosia, Roma. Il conflitto israelo‑palestinese, lungi dall’essere un dossier separato, viene risucchiato in questa nuova geografia del rischio: Israele, impegnato su più fronti – Gaza, Libano meridionale, confronto diretto con l’Iran – tende a concepire la propria sicurezza come un problema sistemico, da affrontare attraverso una combinazione di superiorità militare, cooperazione con alcune monarchie del Golfo e pressione costante su tutti gli attori percepiti come parte dell’“asse della resistenza”. Le monarchie del Golfo, a loro volta, si muovono in equilibrio instabile: temono un Iran rafforzato e espansionista, ma temono anche un Iran destabilizzato e imprevedibile; guardano agli Stati Uniti come garanzia ultima, ma non possono ignorare la centralità della Cina per le loro economie; intrattengono canali con Israele, ma devono fare i conti con opinioni pubbliche sensibili alla questione palestinese. Il Nord Africa resta sospeso: la Libia non è mai davvero uscita dalla logica di guerra a pezzi, la Tunisia vive una involuzione autoritaria dopo la breve stagione costituente, l’Egitto governa la propria fragilità demografica ed economica con una stretta securitaria permanente.
In questo quadro, il Mediterraneo non è più un semplice “bordo” del Medio Oriente: è il suo specchio e il suo moltiplicatore. È lo specchio perché sulle coste europee del mare nostrum si riflettono le fratture del sud e dell’est sotto forma di flussi migratori, tensioni sociali, paure identitarie; è il moltiplicatore perché ogni scossa mediorientale trova nel Mediterraneo i suoi canali privilegiati di amplificazione: rotte energetiche, corridoi marittimi, basi militari, nodi logistici. L’Est Mediterraneo – da Israele al Libano, dalla Siria a Cipro, fino alle isole greche e alle coste turche – è la zona dove questa interdipendenza si mostra con maggiore chiarezza: lì si incrociano la proiezione militare occidentale, i progetti di sfruttamento dei giacimenti di gas offshore, le ambizioni di autonomia energetica europea, le fragilità politiche di Stati che portano ancora le cicatrici di conflitti irrisolti. In termini concreti, ciò significa che la sicurezza dello stretto di Hormuz e quella delle rotte che passano per Suez, per il Mediterraneo orientale, per gli stretti turchi, sono diventate parti di un’unica equazione. Un Iran ferito e tentato dalla strategia della pressione sulle vie marittime, un Levante attraversato da milizie e tensioni, un Nord Africa instabile sono fattori che influiscono direttamente sulla capacità dell’Europa di accedere a energia, materie prime e mercati: la geopolitica, qui, si misura in barili e in watt tanto quanto in divisioni e in missili.
Ma ridurre tutto a energia e potenza sarebbe miope. Il sistema mediorientale‑mediterraneo è anche abitato da società in bilico: a sud ed est una generazione che ha sognato la primavera, ha sperimentato la repressione e la guerra e ora oscilla tra disincanto e perseveranza; a nord opinioni pubbliche segnate da crisi economiche, da paure legate ai flussi migratori, da un senso di vulnerabilità che alimenta tentazioni di chiusura. La morte di Khamenei e l’ennesima fiammata bellica rischiano di rafforzare i discorsi securitari su entrambe le sponde: qui l’elogio della “resistenza a ogni costo”, lì la retorica dell’“invasione” e delle “frontiere da difendere”. Eppure, sotto la crosta del linguaggio ufficiale, restano reti di università, amministrazioni locali, Chiese e comunità religiose, organizzazioni della società civile che continuano a coltivare un’idea diversa di Mediterraneo: non muro, ma spazio politico e culturale condiviso. È un capitale discreto, ma decisivo, perché qualsiasi ordine più stabile, domani, dovrà poggiare anche su questa infrastruttura umana.
Tutto ciò interroga in primo luogo l’Europa. Può l’Unione continuare a concepire il Medio Oriente come un “dossier estero” e il Mediterraneo come una frontiera da blindare? La risposta, se si guarda alla densità delle connessioni energetiche, commerciali, migratorie, è chiaramente negativa. Un’Europa che voglia essere soggetto, e non solo superficie d’urto, dovrebbe fare almeno tre scelte: riconoscere il Mediterraneo come principale priorità strategica esterna, coordinando politiche energetiche, migratorie, di sicurezza e di cooperazione invece di gestirle per compartimenti stagni; impegnarsi in una diplomazia lunga e multilivello verso il Medio Oriente, sapendo che nessun equilibrio nascerà da un solo vertice ma da una serie di tavoli – sul nucleare, sulla sicurezza del Golfo, sulla ricostruzione dei teatri di guerra, sulla governance dell’Est Med – mantenuti nel tempo; investire nelle società, non solo negli apparati, sostenendo scambi, partenariati educativi e scientifici, reti di città e di istituzioni culturali che tengano aperti i canali anche quando le relazioni tra governi si irrigidiscono.
In questo senso, il dopo‑Khamenei è meno un punto di arrivo che un banco di prova: dirà se la regione sceglierà ancora una volta la scorciatoia della forza – con l’illusione di chiudere una pagina a colpi di missili – o se, pur tra mille contraddizioni, saprà avviare un lavoro più lento di tessitura politica tra Levante e Mediterraneo. E dirà, soprattutto, se l’Europa vorrà restare seduta in tribuna o accetterà di scendere sul campo, con i suoi limiti ma anche con quella tradizione di dialogo, diritto e diplomazia che, quando non viene rinnegata, è ancora il suo tratto più riconoscibile.

*Segretario Generale Istituto Cooperazione Paesi Esteri

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Noha Iraqi

نهى عراقي.. ليسانس أداب.. كاتبة وشاعرة وقصصية وكاتبة ومحتوى وأبلودر

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