Il rapporto Oxfam e la situazione degli immigrati in Italia e in Ue

Il rapporto Oxfam e la situazione degli immigrati in Italia e in Ue
di Gianni Lattanzio*
Il rapporto Oxfam 2026 ci consegna un paradosso che riguarda da vicino il destino degli immigrati in Italia e in Europa: mai come oggi il continente ha avuto tanta ricchezza, e mai come oggi così tanta parte di umanità vive ai margini, in una condizione che ricorda le parole di Hannah Arendt sugli “uomini superflui”, resi invisibili da un sistema che ha bisogno del loro lavoro ma non della loro piena appartenenza.
Oligarchie e vite di scarto
Oxfam descrive un mondo in cui una ristretta élite economica concentra ricchezza e influenza politica, mentre miliardi di persone rimangono intrappolate in povertà e vulnerabilità. In questa asimmetria, l’Europa non fa eccezione: l’1 per cento più ricco accumula patrimoni crescenti, mentre il resto della società vede indebolirsi salari, tutele, servizi pubblici. La diagnosi richiama l’avvertimento di Alexis de Tocqueville: quando le disuguaglianze diventano troppo profonde, la democrazia formale rischia di sopravvivere solo come “guscio vuoto”, svuotata dalla convergenza tra potere economico e potere politico.
Gli immigrati sono collocati precisamente in questa frattura: indispensabili alla macchina produttiva, ma esposti alla precarietà, al lavoro povero, all’abitare insicuro. Zygmunt Bauman avrebbe parlato di “vite di scarto”, prodotto non accidentale di un modello socio-economico che seleziona chi è pienamente integrato e chi è destinato a rimanere periferico, mobile, sostituibile.
Italia: il laboratorio delle “fortune invertite”
Nel capitolo dedicato all’Italia, Oxfam parla apertamente di “Paese delle fortune invertite”, dove la ricchezza si concentra in alto e la metà più povera della popolazione vede ridursi la propria quota, nonostante una crescita dell’occupazione. La realtà che emerge è quella di un mercato del lavoro segnato da bassi salari, sotto-occupazione giovanile, forte segmentazione tra garantiti e non garantiti. È il quadro che Pierre Bourdieu avrebbe descritto come un campo sociale in cui i diversi capitali – economico, culturale, simbolico – si distribuiscono in modo tale da cristallizzare le gerarchie e ostacolare la mobilità.
In questo contesto, i migranti occupano sistematicamente le posizioni più esposte: lavori usuranti, turni lunghi, contratti fragili, poca voce nella rappresentanza sindacale. Il loro svantaggio non è solo economico, ma anche simbolico: meno capitale sociale, meno riconoscimento, più stigmatizzazione. Qui torna forte la lezione di Amartya Sen: la povertà non è solo mancanza di reddito, ma privazione di capacità – la possibilità effettiva di condurre una vita che si ha motivo di valorizzare.
La paura dell’altro e la crisi della cittadinanza
Il rapporto Oxfam sottolinea come la crescita delle disuguaglianze alimenti un clima di smarrimento e risentimento su cui prosperano politiche identitarie che contrappongono “noi” e “loro”. In molti Paesi europei, e in Italia in particolare, questa tensione si scarica sui migranti, presentati come minaccia alla sicurezza, al welfare, all’identità nazionale. È il meccanismo descritto da René Girard con la figura del capro espiatorio: la comunità in crisi cerca un soggetto su cui proiettare paure e frustrazioni, scaricando su di lui la colpa del disordine.
Oxfam evidenzia come etnia, religione, colore della pelle e provenienza diventino fattori di disuguaglianza aggiuntivi, che si sommano a reddito e classe sociale. Qui riecheggia il monito di Norberto Bobbio: il vero discrimine tra democrazia compiuta e democrazia incompiuta non è solo il diritto di voto, ma il grado di effettiva eguaglianza tra gli esseri umani nella vita quotidiana. Quando una parte della popolazione – come gli immigrati – viene stabilmente confinata in una cittadinanza inferiore, l’uguaglianza formale perde la sua sostanza.
Disuguaglianza come struttura, non come destino
Un passaggio chiave del rapporto insiste su un punto decisivo: le disuguaglianze non sono frutto del caso, ma il risultato di scelte politiche, economiche, fiscali compiute negli ultimi decenni. Questa impostazione è profondamente in sintonia con la tradizione della filosofia politica critica: da John Rawls, che lega la giustizia alla struttura di base della società, a Ingrid Robeyns, che propone di porre un limite normativo alla ricchezza estrema per salvaguardare la democrazia.
Per i migranti, questo significa che la loro condizione non è un “effetto collaterale” inevitabile dello sviluppo, ma l’esito di sistemi di accesso selettivo ai diritti, di politiche del lavoro che tollerano segmentazioni etniche, di regimi di welfare che rimangono legati all’appartenenza nazionale più che al bisogno. In termini habermasiani, si potrebbe dire che si è spezzato il nesso tra cittadinanza sociale e appartenenza alla comunità comunicativa: chi contribuisce alla riproduzione materiale della società non viene pienamente incluso nello spazio dei diritti e del riconoscimento.
Dal baratro alla ricostruzione: un’agenda di giustizia
Nelle pagine finali, Oxfam invita a “uscire dal baratro” attraverso un’agenda di giustizia sociale che rimetta al centro l’uguaglianza sostanziale e la dignità umana, in Italia e in Europa. Ciò significa ripensare il fisco in chiave progressiva, rafforzare i servizi pubblici, combattere il lavoro povero – anche con strumenti come un salario minimo dignitoso – e ampliare le misure di contrasto alla povertà anziché restringerle. È una proposta che richiama, in filigrana, l’idea di “uguaglianza complessa” di Michael Walzer: giustizia non è livellare tutto, ma impedire che un tipo di vantaggio – la ricchezza – domini tutti gli altri ambiti della vita.
Applicata agli immigrati, questa agenda implica alcune scelte nette:
· riconoscere che chi lavora stabilmente sul territorio europeo deve poter accedere in modo pieno ai diritti sociali fondamentali;
· spezzare il nesso tra status giuridico precario e sfruttamento lavorativo, facendo della legalità nel lavoro una condizione non negoziabile;
· passare da una narrazione emergenziale delle migrazioni a una visione di lungo periodo, che veda nel migrante non un problema da contenere, ma un soggetto di diritti e un attore dello sviluppo comune.
In fondo, il rapporto Oxfam chiede a Italia e Unione europea di misurarsi con una domanda antica, che attraversa la filosofia politica da Aristotele a oggi: chi è, davvero, parte della “comunità dei liberi e degli uguali”? La condizione degli immigrati ci dice che questa domanda è tutt’altro che risolta. Finché una parte di coloro che vivono, lavorano e contribuiscono alla nostra società resterà confinata in un’area grigia di diritti incompleti, l’Europa non potrà dirsi fedele alla sua promessa più alta: non il continente della sola ricchezza, ma quello della dignità per ogni persona umana.
*Uniti per unire




