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Famiglie sotto pressione, sanità sempre più privata: l’equità del SSN arretra

In Italia la sanità privata non è più una scelta residuale ma una componente strutturale dell’accesso alle cure. Oggi sette famiglie su dieci sostengono spese sanitarie di tasca propria, una quota cresciuta dal 50,8% degli anni Ottanta all’attuale 70%. Un dato che mette in discussione il principio di universalità del Servizio sanitario nazionale e che certifica uno spostamento progressivo dei costi sulle famiglie.

Un sistema che non garantisce più accesso universale
In Italia la sanità privata non è più una scelta residuale ma una componente strutturale dell’accesso alle cure. Oggi sette famiglie su dieci sostengono spese sanitarie di tasca propria, una quota cresciuta dal 50,8% degli anni Ottanta all’attuale 70%. Un dato che mette in discussione il principio di universalità del Servizio sanitario nazionale e che certifica uno spostamento progressivo dei costi sulle famiglie.

La svolta degli anni Novanta e l’eredità che pesa ancora
L’aumento del ricorso alla spesa privata si concentra in larga parte negli anni Novanta, periodo in cui si accumula l’84% della crescita delle famiglie coinvolte. In quel decennio la spesa pubblica aumenta in media del 4,4% annuo, mentre quella privata corre a un ritmo più che doppio (+10,7%). Dopo il 2000 i due andamenti si allineano, smentendo l’idea che il federalismo abbia generato una privatizzazione strisciante: il fenomeno era già avvenuto prima.

Il peso sui bilanci familiari e l’effetto regressivo
La spesa sanitaria incide sempre di più sui redditi. L’incidenza media ha superato il 4,3% del reddito familiare, arrivando al 6,8% tra le famiglie meno istruite. Il carico è chiaramente regressivo: il 60% delle famiglie meno abbienti sostiene oggi il 37,6% della spesa privata complessiva, una quota cresciuta nel tempo e indicativa di un arretramento dell’equità.

Centro-Sud più esposto, oltre quattro milioni di famiglie a rischio
Sul piano territoriale, la spesa privata cresce più rapidamente nel Centro e nel Mezzogiorno che nel Nord. Qui il ricorso al privato appare spesso una necessità imposta dalle carenze del servizio pubblico, non una libera scelta. In questo contesto, oltre quattro milioni di famiglie affrontano spese sanitarie “catastrofiche”, con un impatto rilevante sui bilanci domestici.

Le aree scoperte del SSN e le rinunce alle cure
Odontoiatria e assistenza di lunga durata per i non autosufficienti restano i principali vuoti di tutela. Le conseguenze sono concrete: 2,3 milioni di persone rinunciano o rinviano le cure per motivi economici. La sostenibilità del sistema è stata garantita attraverso un razionamento implicito delle prestazioni pubbliche, che ha ampliato le disuguaglianze sociali, territoriali e culturali.

Dal Servizio sanitario al Sistema salute
È questa la fotografia del XXI Rapporto Sanità del Crea, presentato al Cnel. Secondo il Centro, non basta discutere di più risorse: serve un cambio di paradigma, passando da un Servizio sanitario focalizzato sulle acuzie a un Sistema salute capace di integrare bisogni sanitari e sociali, soprattutto quelli legati a cronicità e non autosufficienza.

Equità rimasta sulla carta
I dati mostrano che tra le famiglie meno abbienti la crescita della spesa è stata tre volte superiore rispetto a quelle più benestanti, con un aumento ancora più marcato (+28,7%) tra i nuclei meno istruiti. Anche la geografia della spesa si è ribaltata: oggi la quota di famiglie che pagano privatamente è più alta nel Centro e nel Mezzogiorno, segno di difficoltà di accesso al servizio pubblico.

Razionalizzare o razionare
L’obiettivo storico di “razionalizzare per non razionare” si è tradotto, nei fatti, in tagli che hanno trasferito oneri sulle famiglie. La quota di copertura pubblica è scesa dall’81% iniziale al 72,6%, sotto la media dei Paesi europei di riferimento. Anche considerando i margini macroeconomici, la spesa sanitaria italiana resta inferiore al potenziale e lontana dai livelli di Francia e Germania.

Bisogni che cambiano, aspettative che crescono
Demografia e società sono profondamente mutate: più anziani, più cronicità, più non autosufficienza, famiglie più piccole e aspettative più alte. Il SSN fatica a rispondere ai bisogni “ibridi”, sanitari e sociali insieme. Le indagini mostrano un gradimento elevato per medicina generale e farmaci, ma insufficiente per domiciliarità, residenzialità e assistenza ai fragili. Dopo le liste d’attesa, il principale motivo di insoddisfazione sono i tempi “persi” nell’erogazione delle prestazioni.

Un cambio di rotta non rinviabile
Secondo il Crea, restano validi i principi di universalismo, equità ed efficienza, ma vanno ripensati strumenti e governance. Integrare sanità e sociale, ridefinire l’appropriatezza nelle cronicità, esplicitare le priorità per evitare discriminazioni implicite: senza queste scelte, il SSN rischia di non reggere l’evoluzione dei bisogni e di continuare a scaricare il peso della tutela della salute sulle famiglie.

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