EGITTO, “THE PEOPLE OF THE LAND” TRA TEMPESTA MEDIATICA E SCONTRO NARRATIVO REGIONALE

EGITTO, “THE PEOPLE OF THE LAND” TRA TEMPESTA MEDIATICA E SCONTRO NARRATIVO REGIONALE
di Chiara Cavalieri
IL CAIRO. Nel pieno della stagione televisiva del Ramadan 2026, la serie egiziana “The People of the Land” è diventata un caso politico e mediatico regionale, dopo l’attacco del canale israeliano Channel 12 che ha criticato duramente la produzione accusandola di mostrare “scene di genocidio e massacri” attribuiti a Israele nella Striscia di Gaza.
La serie, trasmessa durante il mese di Ramadan – periodo di massima audience nel mondo arabo – rappresenta una delle produzioni più ambiziose dell’anno, con un investimento di milioni di dollari. Racconta la storia di una dottoressa egiziana in terapia intensiva, interpretata da Menna Shalaby, che entra a Gaza nell’ambito di una missione medica proveniente dal Cairo. Attraverso il suo sguardo, lo spettatore assiste alle sofferenze dei civili, alle operazioni di emergenza e alla devastazione provocata dalla guerra.

LA SCENA CHE HA TRASFORMATO LA FICTION IN SIMBOLO
Proprio a conferma di quanto la serie abbia superato i confini dell’intrattenimento, il quinto episodio ha generato un’ondata virale sui social media grazie alla performance dell’attore egiziano Essam El-Sakka. Il suo personaggio, “Samir”, riesce a trasportare un camion carico di un’apparecchiatura radiologica attraverso il valico di Rafah, nonostante il tentativo di un gruppo di coloni di bloccarne il passaggio. Nel momento di maggiore tensione, Samir insiste nel proseguire suonando ripetutamente il clacson del camion. Un gesto semplice, ma carico di valore simbolico, interpretato dal pubblico come un messaggio di sfida e determinazione. Dopo la messa in onda, El-Sakka ha condiviso la scena sul suo profilo Facebook accompagnandola con un breve commento – “Lo capisco” – che ha ulteriormente acceso l’entusiasmo dei follower. La clip ha raccolto migliaia di interazioni, con commenti che hanno definito la scena “potente” e “coraggiosa”, trasformando quello che è stato ribattezzato il “codice del clacson” in uno dei momenti più iconici della stagione televisiva del Ramadan

Secondo Channel 12, la scelta di produrre e trasmettere una serie di questo tipo in questo momento sarebbe una mossa politica calcolata. L’emittente israeliana sostiene che il Cairo avrebbe voluto migliorare la propria immagine dopo le critiche ricevute nei mesi di combattimenti, quando alcuni partiti palestinesi e arabi accusavano l’Egitto di non aver fatto abbastanza per proteggere la popolazione di Gaza o per accelerare l’ingresso degli aiuti umanitari.
Il servizio israeliano ha inoltre evidenziato come la serie presenti l’Egitto come parte attiva e solidale, suggerendo un impegno costante e continuativo nel sostegno alla popolazione di Gaza. Alcuni critici, riportati dal canale, ritengono invece che l’intervento umanitario egiziano sia stato più incisivo nelle fasi avanzate del conflitto, e accusano la fiction di voler costruire un’immagine più favorevole del ruolo del Cairo.
Parallelamente, la serie ha suscitato reazioni contrastanti anche sui social media arabi. Alcuni utenti hanno accusato la produzione di sfruttare la tragedia palestinese per fini di audience e propaganda, mentre altri hanno difeso l’opera come una forma legittima di racconto artistico e di solidarietà culturale.
Un elemento centrale della narrazione è il rapporto tra la dottoressa egiziana e un giovane palestinese, interpretato da Eyad Nassar. La relazione tra i due assume un valore simbolico, alludendo al legame storico e umano tra il popolo egiziano e quello di Gaza, e rafforzando l’immagine dell’Egitto come sostenitore della permanenza dei palestinesi nella loro terra.
A complicare ulteriormente il dibattito è intervenuta una polemica culturale interna. Nel primo episodio, la sigla “Yamma Mweil El Hawa” è stata erroneamente attribuita al poeta egiziano Ahmed Fouad Negm, mentre il testo appartiene al poeta palestinese Ahmed Dahbour. Il regista Peter Mimi ha pubblicato scuse ufficiali, definendo l’errore non intenzionale e assicurando la correzione nelle puntate successive. La produttrice Dina Karim ha escluso qualsiasi plagio, parlando di semplice svista tecnica.
La scrittrice Nawara Najm, figlia di Ahmed Fouad Negm, ha dichiarato che la produzione aveva inizialmente chiesto autorizzazione per utilizzare un testo del padre, ma solo dopo la messa in onda si è scoperto l’errore di attribuzione, chiedendo immediatamente la rimozione del nome.
Il caso dimostra come, nel contesto mediorientale, la linea tra cultura e politica sia estremamente sottile. Una serie televisiva, soprattutto durante il Ramadan, non è soltanto intrattenimento: è uno strumento di costruzione narrativa, identitaria e simbolica. Raccontare la guerra significa inevitabilmente prendere posizione, e ogni scelta artistica viene letta attraverso una lente geopolitica.
“The People of the Land” si colloca così al centro di uno scontro narrativo più ampio: quello sulla memoria della guerra di Gaza, sul ruolo dell’Egitto e sulla competizione simbolica tra media regionali. In una regione dove la comunicazione è parte integrante della strategia politica, anche una fiction può trasformarsi in terreno di confronto internazionale.

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