COME CAMBIA L’ITALIA DOPO IL RAPIMENTO DI MORO

COME CAMBIA L’ITALIA DOPO IL RAPIMENTO DI MORO
DI SARA SPOLETINI
Erano le 9.20 del 16 marzo 1978 quando a Roma, in via Fani, quartiere Trionfale è stata scritta una delle pagine più brutte della storia politica e sociale della Repubblica Italiana.
Aldo Moro fu rapito dalle Brigate Rosse e la sua scorta uccisa.
Moro fu parlamentare per sette legislature, cinque volte presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, dell’Istruzione e della Giustizia, oltre che segretario e presidente della DC, già Padre Costituente.
Il “caso Moro” è ancora oggi uno dei più controversi della nostra storia recente e secondo alcuni studiosi il mistero della sua fine non ha permesso di capire fino in fondo la sua figura storica, legata alla sua personalità politica che nei decenni precedenti si era definita come una figura di dialogo.
Nel 1960 quando Fernando Tambroni, un ex missino finito nelle file della DC, diventa Primo Ministro con i voti dei missini, da lì iniziano le manifestazioni della sinistra che invadono non solo le piazze ma che diventano manifestazioni, scontri in diverse città italiane. Il governo Tambroni cade e Moro inizia a pensare che in quel momento storico è necessario aprire il governo ai partiti di sinistra: PSI e PSDI. Nasce cosi nel 1963 il Governo Moro la cui Vice Presidenza è affidata a Pietro Nenni.
Arrivano gli anni Settanta e l’Italia è sempre più scossa da crisi economica, fermenti in piazza e manifestazioni ancora più violente, è così che Moro pensa che sia doveroso aprire un dialogo con il secondo partito più votato: il PC.
E ’il 1973 quando il Segretario del PC, Berlinguer chiede apertura a Moro. Inizia uno scontro all’interno della DC: morotei , coloro che seguono la linea di apertura al PC di Moro e dorotei: coloro che seguono la linea di Andreotti contrari all’apertura al PC.
La decisione fu quella di aprire il Governo alla sinistra, la paura di golpe come successo in altri paesi e di stragi era troppo forte l’aria era pesante: la società civile era messa ogni giorno a dura prova infatti
tra il 1970 e il 1978, la vita politica e sociale italiana è stata caratterizzata da una “mobilitazione permanente”. Le piazze erano regolarmente gremite da movimenti studenteschi, operaisti e di sinistra extraparlamentare (come Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia).
Nel 1970 nasce un’organizzazione che andava sotto il nome di Brigate Rosse, che all’inizio fu sottovalutata dall’opinione pubblica e dallo Stato, ora con il rapimento, e successivamente faceva paura.
La “strategia della tensione” ha portato a numerose manifestazioni antifasciste seguite a stragi (come a Brescia nel 1974), e a scontri diretti tra forze dell’ordine e gruppi di estrema sinistra o destra.
Il rapimento Moro è avvenuto in un contesto in cui la paura di perdere voti a causa della cosiddetta “strategia della tensione” iniziata nel 1969 con la strage di piazza Fontana a Milano e proseguita poi nel 1974 con quella di piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus a Bologna; le agitazioni di piazza e le amministrative del ’75, quando Pci (33%) e Dc (35%) si trovarono a poca distanza.
Moro quella mattina stava andando a votare la fiducia al Governo Andreotti, quello del “compromesso storico” che prese vita il 20 marzo 1978 e che durò solo un anno.
Il rapimento Moro è avvenuto in un contesto di grave crisi economica e sociale, ha segnato il punto di massima tensione del periodo, portando a un drastico cambiamento nell’ordine pubblico e a una successiva diminuzione delle piazze aperte in favore della chiusura politica e della repressione del terrorismo.
La morte di Aldo Moro, ritrovato il 9 maggio 1978, ha rappresentato uno spartiacque decisivo nella storia sociale e politica italiana, segnando l’apice e, paradossalmente, l’inizio della fine degli “anni di piombo”, iniziò una fase di cambiamento.
L’uccisione di Moro e la brutalità del sequestro causarono una profonda indignazione popolare. Le Brigate Rosse, che speravano di scatenare una rivoluzione, ottennero l’effetto opposto, venendo isolate dal contesto sociale e politico. Il Paese si unì nel rifiuto della violenza, e la classe operaia non seguì l’avventura terroristica.
“Compromesso Storico” andò a morire: Il piano politico di Moro, volto a portare il Partito Comunista Italiano (PCI) nell’area di governo, crollò. La società italiana vide la fine della politica di unità nazionale, portando a una ridefinizione degli equilibri politici.
Ci fu il cosiddetto “Riformismo rosso” e una svolta culturale: nonostante il clima di terrore, il 1978 fu un anno di grandi riforme sociali, approvate subito dopo il ritrovamento del corpo. Nel maggio-giugno del 1978, la Camera approvò la legge sull’interruzione di gravidanza (legge 194) e la legge Basaglia (180) che chiuse i manicomi.
Fermezza politica e divisione sociale: Durante i 55 giorni, il Paese fu diviso tra la “linea della fermezza” (DC, PCI) e la “linea della trattativa” (Psi di Craxi, intellettuali come Sciascia). La scelta della fermezza, pur finalizzata a difendere lo Stato, creò una profonda ferita emotiva e politica.
L’Italiano dell’epoca visse un trauma collettivo e provava sfiducia nelle istituzioni: Il ritrovamento del corpo in via Caetani, simbolicamente tra le sedi di DC e PCI, lasciò un trauma nazionale duraturo. La gestione dell’emergenza da parte delle forze dell’ordine e dei politici generò dubbi e sospetti che hanno alimentato dibattiti e teorie del complotto per decenni.
Molti giovani che avevano aderito alla protesta radicale degli anni ’70 iniziarono a prendere le distanze dalla lotta armata, portando a fenomeni come il “pentitismo” (collaborazione con la giustizia) negli anni successivi, che contribuì a sconfiggere il terrorismo.
La storia di Moro dovrebbe essere più approfondita e studiata per far capire che l’uso della forza e del terrore per agire sul sistema politico non porta sempre buoni frutti ma danneggia le ideologie stesse.




