FALLIMENTO EDUCATIVO: SOS FUTURO Di Sara Spoletini

FALLIMENTO EDUCATIVO: SOS FUTURO
Di Sara Spoletini
La scuola è senza ombra di dubbio una agenzia educante non solo per istruire nel sapere gli alunni ma come culla di in cui si imparano le regole della società, il rispetto delle regole, lo stare insieme, il senso di comunità.
La scuola è agente di socializzazione anche in modo più sottile. Accanto al curriculum formale, a condizionare l’apprendimento esiste quello che alcuni sociologi hanno chiamato “curriculum occulto”, implicito nei contenuti delle attività scolastiche. Ci si aspetta che i bambini imparino a essere quieti in classe, puntuali alle lezioni, che osservino le norme della disciplina scolastica. Essi sono chiamati ad accettare e a rispondere all’autorità degli insegnanti. Fuori dall’ambito familiare i bambini imparano a obbedire a qualcuno non per l’amore o la protezione che questi gli offre, bensì perché così è richiesto da un sistema sociale che impone l’adesione alle sue regole. Il comportamento personale entra in tal modo a far parte di un sistema di registrazione sociale che consente al bambino di diminuire la sua dipendenza dai modelli familiari e di costruire legami entro un più ampio orizzonte sociale. È per lo più nell’esperienza scolastica che si costruiscono i gruppi di pari, che sono a loro volta importanti agenzie di socializzazione.
Eppure qualche disfunzione la si avverte. I fenomeno di bullismo e cyberbullismo, i fatti di cronaca che ci raccontano troppo spesso aggressioni gravi da parte degli studenti verso i propri insegnanti sono dei campanelli d’allarme a cui non si può rimanere sordi.
C’è qualcosa che non va nelle relazioni: nel gruppo di pari c’è la voglia di prevaricare l’altro con ogni, anche brutale, mezzo.
La relazione tra studenti e docenti a volte, ma non sempre, sfocia nella violenza verbale, fisica e infine cruenta, non c’è la cultura del dialogo, la cultura del confronto, dell’ascolto, dell’assertività. Non c’è la voglia di confrontarsi e la convinzione che attraverso lo scambio dialogico si arrivi ad una maturazione, ad una mediazione, ad una crescita personale e collettiva.
La mancanza di accettazione delle regole con la conseguente abnegazione dell’altro attore sociale convolto nella relazione sfocia nella voglia di annientarlo, ecco che assistiamo a pestaggi a sangue di deboli, di insegnanti accoltellati e gravemente feriti. Ci dovremo domandare come mai un social come Telegram diffonda video di
A Bruxelles si discute il Kids Act — il regolamento europeo pensato per proteggere i minori online — La Commissione europea ha proposto l’Eu Kids Act, il nuovo pacchetto di norme pensato per rafforzare la sicurezza dei minori online. La proposta introduce il divieto di accesso ai social agli under 13 e fissa a 15 anni l’età minima per aprire un account autonomo. Per la fascia 13-15 anni sarà previsto il controllo dei genitori. Il testo introduce inoltre il principio dell’inversione dell’onere della prova: saranno i fornitori dei servizi digitali a dover dimostrare che le loro piattaforme sono adeguate all’età degli utenti e sicure per impostazione predefinita.
Eppure ci domandiamo come mai sui social, nel mirino c’ è soprattutto Telegram, vengono diffusi video che inneggiano all’odio raziale e che istruiscono sull’uso delle armi facilmente visibili dai minori.
C’è forse un filo rosso che attrae molti giovini verso ciò che è proibito o forse c’è un clima di odio diffuso anche dalle immagini delle guerre ce vanno avanti da anni, da crisi economiche e sociali che sfociano in un senso di ribellione estrema?
La violenza rimane violenza e andrebbe condannata e punita ma per quanto riguarda la diffusione sui social la privacy policy di Telegram dichiara infatti esplicitamente di non voler conoscere il nome reale, il genere o l’età dei propri utenti: la data di nascita resta un dato facoltativo.
Questa app definita la più permissiva tra le grandi piattaforme, perché il suo stesso funzionamento la rende quasi impossibile da moderare davvero. Non c’è alcuna limitazione ai contenuti che possono essere condivisi nei gruppi e nelle chat: i termini vietano la promozione della violenza e la pornografia illegale — incluso l’abuso su minori — ma solo su canali, bot e contenuti pubblici. Tutto ciò che avviene in una chat privata o in un gruppo chiuso è, per dichiarazione della stessa azienda, territorio dei partecipanti: nessun controllo preventivo. I moderatori intervengono solo su segnalazione, e gli algoritmi automatici scansionano le sole chat cloud per spam e phishing, non per contenuti d’odio o materiale illecito nascosto in un gruppo privato.
Da settembre 2024 Telegram può comunicare a un’autorità giudiziaria l’IP e il numero di telefono di un utente, ma solo su ordine valido — e sempre restando fuori i contenuti delle conversazioni private. “Quel pubblico ha un luogo. Su Telegram i gruppi arrivano a 200.000 membri, i canali non hanno limite di iscritti, chiunque può avviare una diretta e ci si contatta con un nickname, senza mostrare il numero. La promozione della violenza è vietata solo nei contenuti pubblici. Chat e gruppi privati restano, per dichiarazione della piattaforma, affare dei partecipanti, e la moderazione si muove su segnalazione”, riassume Zoppi. Tradotto: un contenuto vietato in un canale pubblico può circolare indisturbato in un gruppo “chiuso” da migliaia di persone, perché lì le regole, semplicemente, non si applicano nello stesso modo. E i numeri in gioco sono tutt’altro che irrisori: le storie permettono a chiunque di avviare una diretta usando contemporaneamente fotocamera frontale e posteriore — la stessa funzione che, secondo diverse segnalazioni, viene usata da adolescenti per imitare le riprese in prima persona di sparatorie o aggressioni viste online — e i canali possono trasmettere in streaming a un numero illimitato di spettatori. Ci si contatta con un nickname, senza mostrare il numero di telefono, e i messaggi possono autodistruggersi. Poi ci sono i bot: programmi automatizzati, spesso creati da sviluppatori terzi, che su richiesta dell’utente offrono servizi e permettono di trovare file o informazioni di ogni tipo. Alcuni, attraverso l’intelligenza artificiale, sono in grado di generare immagini di nudo mai scattate partendo da una singola foto reale — un fenomeno di cui si occupano da tempo sia le forze dell’ordine che le associazioni per la tutela dei minori online.
C’è forse in queste reazione una mancata comprensione del giovane e del disagio interiore che si porta dentro?
La mancanza di dialogo è dovuta alla mancanza di riconoscere e comprendere e poi gestire le emozioni, quello che è dentro di noi risulta essere come dentro una pentola a pressione, totalmente esrtraneo al mondo fino al momento in cui scoppia.
Come siamo potuti arrivare a questo?
Non sono i giovani il bene più prezioso per la società?
Ha fallito la famiglia, la fallito la scuola lasciando lo scettro di comunitàprima sociali e poi educanti a piattarforme e e amicizie virtuali?
Forse si.
Il disagio giovanile è spesso correlato a una società fragile. I giovani oggi affrontano una serie di pressioni sociali e economiche che contribuiscono a un senso di insicurezza e fragilità. Secondo i dati, circa 2 milioni di adolescenti in Italia soffrono di problemi psicologici, e la pandemia ha aggravato la situazione, portando a un aumento della vulnerabilità mentale. La crisi identitaria e la pressione sociale, in particolare attraverso i social media, hanno creato un ambiente in cui i giovani si sentono spesso a disagio e in difficoltà adattamento. Questi fattori evidenziano come il disagio giovanile sia un reflettore della fragilità della società in cui viviamo.
In Italia, il disagio psicologico tra i giovani non è più un fenomeno marginale, ma una realtà strutturale che interseca fragilità individuali e criticità sistemiche. I dati più recenti raccontano una generazione sempre più esposta a stress, incertezza e mancanza di prospettive, in cui la salute mentale appare strettamente legata alle condizioni socio-economiche spesso precarie. Alla criticità del quadro generale bisogna aggiungere, inoltre, il costante confronto dei giovani con una crescente pressione sociale. I modelli di successo, amplificati dai social media, contribuiscono a creare aspettative elevate e spesso irrealistiche.
Forse abbiamo smesso di considerare ogni individuo unico e speciale lasciando che l’omologazione e la conformità silenzi ogni grido e tarpi le ali verso la libertà individuale.
E mentre cerchiamo una soluzione per questo il mondo si evolve e integra nelle scuole l’uso dell’intelligenza artificiale (IA), che secondo alcune ricerche, l’IA nelle scuole non solo non avrebbe migliorato le capacità cognitive degli studenti, ma potrebbe addirittura inibirle. Studi condotti da esperti di Microsoft e Carnegie Mellon suggeriscono che l’uso di IA possa ridurre le capacità di pensiero critico.
Ora la domanda è lecita, gli sforzi educativi e le piattaforme digitali sono volti a crescere cittadini e individui liberi e apportatori di pensiero creativo e critico o costruire schiavi del progresso?
COGITO ERGO SUM




