Articolo

Roma, la città riscritta: quando la mappa diventa politica

Roma, la città riscritta: quando la mappa diventa politica

Dai 35 quartieri del Novecento ai 332 di oggi: la nuova geografia urbana non è solo un lavoro di tecnici, ma un racconto di potere, identità e giustizia spaziale nella Capitale

di Gianni Lattanzio

Roma ha cambiato mappa. E, come ogni volta che si tocca la carta, si finisce per toccare l’anima della città. Non è un semplice aggiornamento tecnico: è un nuovo racconto di Roma, scritto attraverso 332 quartieri, 22 rioni e oltre cento zone funzionali, che prendono il posto delle vecchie zone urbanistiche disegnate nel secondo Novecento. È come se la Capitale avesse deciso, a distanza di decenni, di rileggere se stessa: non più solo città monumentale o metropoli diffusa, ma costellazione di mondi di vita quotidiana.

Chi conosce la storia urbana romana sa che ogni mappa è uno specchio del tempo che la produce. La Roma dei 35 quartieri censiti negli anni Sessanta era ancora figlia dell’urbanistica del piano regolatore del 1962, che guardava alla città come a un organismo da espandere lungo direttrici precise, con periferie che si sarebbero poi riempite di edilizia economica e popolare. La Roma delle 155 zone urbanistiche, definita negli anni Settanta, incarnava invece la stagione della grande pianificazione tecnocratica, della città come sequenza di “celle” da governare attraverso standard e indici. Oggi, questa nuova mappa parla un’altra lingua: quella della città policentrica e frammentata, della metropoli che cerca di diventare, almeno in parte, “città dei 15 minuti”.

Il punto di svolta sta proprio qui: nel riconoscere che le unità di vita quotidiana – i quartieri, con le loro densità, le loro memorie, le loro economie minute – sono la misura politica del governo urbano. È una intuizione che Henri Lefebvre avrebbe riconosciuto: se il diritto alla città è il diritto di ogni abitante a modellare lo spazio che vive, allora la mappa non è un prelievo neutro sulla realtà, ma un atto di potere che decide chi è visibile e chi resta nell’ombra. Per decenni, una parte significativa di Roma è rimasta in penombra: borgate cresciute oltre il Grande Raccordo, insediamenti residenziali consolidati, nuove centralità commerciali e produttive che non trovavano una corrispondenza chiara nei confini ufficiali. Oggi, almeno sulla carta, quelle periferie emergono, si dotano di un nome, di un perimetro, di una riconoscibilità.

La sociologia urbana ci insegna che il quartiere è più di un insieme di edifici: è una trama di relazioni, reputazioni, appartenenze. È la scala alla quale si percepisce la sicurezza, si misura la qualità della scuola sotto casa, si valuta la distanza dalla fermata del bus o dalla farmacia. Non è un caso che la nuova mappa sia nata insieme al discorso, politico e tecnico, sulla città dei 15 minuti. L’idea è semplice e ambiziosa al tempo stesso: ridurre la dipendenza da spostamenti lunghi e pendolarismi estenuanti, garantire a ciascun quartiere una infrastruttura minima di prossimità – scuola, salute, verde, cultura, mobilità – raggiungibile in tempi e distanze ragionevoli. Per farlo, però, serviva un dispositivo conoscitivo adeguato: un modo per leggere Roma non come un indistinto continuum, ma come una costellazione di cellule di vita quotidiana. Questa mappa prova a essere quell’atlante.

Talenti, nel quadrante Montesacro, è uno dei casi in cui la cartografia ha mostrato con più evidenza la sua natura politica. In una delle prime versioni del disegno, alcune sue vie venivano incorporate nel vicino Cecchina. Tecnicamente, si trattava di una scelta motivata da criteri di omogeneità strutturale e funzionale. Ma, come spesso accade, la vita sociale non si lascia ridurre a un algoritmo. I residenti, il Municipio, chi da anni abita e nomina quelle strade, hanno reagito: “Talenti non è Cecchina”. In gioco non c’era solo una questione di toponomastica, ma la difesa di un’identità sedimentata, di una storia di quartiere fatta di scuole, parrocchie, associazioni, esercizi commerciali, memorie condivise. La rassicurazione che “Talenti resterà Talenti” ha dimostrato che la mappa non è un dogma: è una costruzione, suscettibile di revisione, che deve tenere insieme il punto di vista del geografo e quello dell’abitante.

Analogamente, nel quadrante Africano–Trieste, la nuova geografia ha messo ordine in un lessico a lungo oscillante tra uso ufficiale e uso quotidiano. Il nome Africano, nel parlato corrente, tendeva a dilatarsi, a comprendere tratti come viale Somalia e ambiti che, nella tradizione urbanistica, appartengono ad altri quartieri. La distinzione più rigorosa tra Africano, Trieste, Salario, Verbano, Vescovio, restituisce una trama più fine delle appartenenze e, allo stesso tempo, offre una base più solida per politiche di mobilità e di prossimità: se sappiamo con precisione dove finisce un quartiere e ne inizia un altro, possiamo discutere con cognizione di causa di ZTL di prossimità, percorsi pedonali protetti, reti ciclabili locali, dispositivi di traffic calming che si calibrano su comunità reali e non su entità astratte.

Il vero banco di prova di questa mappa, tuttavia, è altrove: nelle periferie oltre il GRA. È lì che l’urbanistica del secondo Novecento ha spesso praticato una sorta di “colonizzazione silenziosa”: lotti di espansione pensati come margine, poi divenuti città, ma senza che la geografia istituzionale ne prendesse pienamente atto. È lì che la rete su ferro si interrompe o si rarefa, che il trasporto pubblico di superficie fatica ad inseguire spostamenti che non sono più solo radiali verso il centro, ma trasversali tra periferie. È lì, soprattutto, che l’idea di città dei 15 minuti rischia di rimanere un obiettivo sulla carta se non viene accompagnata da scelte coraggiose: nuove linee, nodi di interscambio, itinerari ciclopedonali, servizi di sharing mobility che riducano la distanza tra il quartiere e i poli della vita urbana.

In questo senso, la nuova mappa è meno una fotografia definitiva e più un cantiere aperto. È uno strumento che guadagna senso solo se entra nell’ordito dei piani: nella programmazione della mobilità, nella localizzazione di scuole e presidi sanitari, nella scelta di dove investire su biblioteche di prossimità, centri civici, spazi culturali. È anche una lente, potentemente politica, per misurare le disuguaglianze: dal quartiere che gode di tre linee su ferro nel raggio di poche centinaia di metri a quello che ne è completamente privo; dal rione sovradotato di scuole e servizi al quartiere che vive la rarefazione di ogni infrastruttura di prossimità. La cartografia diventa così un criterio di giustizia: non solo segna ciò che è, ma illumina ciò che manca.

C’è poi un ulteriore livello, più sottile, che riguarda il rapporto tra memoria e governo. Roma è una città di nomi: rioni, quartieri, borgate, toponimi che attraversano la storia, dalla Roma repubblicana ai piani regolatori novecenteschi. Inserire in un atlante ufficiale quartieri che per anni hanno vissuto solo nelle parole – frazioni, insediamenti anonimi, nuove centralità commerciali – significa riconoscere una storia implicita, dare cittadinanza a mondi che l’urbanistica aveva considerato marginali. È un gesto che ha una valenza simbolica molto forte: la città istituzionale dice alla città vissuta “ti vedo, ti nomino, ti considero una unità degna di rappresentazione e, almeno in prospettiva, di diritto a servizi, mobilità, presenza pubblica”.

La tradizione degli studi urbani – da Jane Jacobs a Saskia Sassen, da Mumford ai più recenti teorici della metropoli policentrica – ci ricorda che le grandi città non si governano più solo con grandi infrastrutture, ma con una fine tessitura di prossimità. In questo senso, la nuova mappa romana è un tassello che va nella stessa direzione: prova a far emergere la scala alla quale si costruisce la fiducia verso le istituzioni, la percezione di equità, la qualità della vita quotidiana. Se e quanto saprà essere strumento di trasformazione, dipenderà dalla capacità della politica di usarla non come mera base statistica, ma come trama concreta di impegni: quartiere per quartiere, rione per rione.

Roma, in fondo, è sempre stata una città che si racconta attraverso le sue mappe: dai cataloghi dei rioni papalini ai piani regolatori del Novecento, dalle carte delle borgate ai progetti di riqualificazione puntuale. Questa nuova geografia si inserisce in quella storia, ma prova a spostarne il baricentro: meno distanza tra centro e margine, più attenzione alle periferie, più consapevolezza che il diritto alla città si gioca nelle poche centinaia di metri che separano casa da scuola, fermata del bus da ambulatorio, spazio pubblico da presidio culturale. Se sapremo leggerla così, non solo come esercizio cartografico ma come promessa di governo ravvicinato, la mappa dei quartieri non sarà l’ennesimo documento destinato a impolverarsi in un cassetto, ma un testo vivo, da cui trarre – ogni giorno – le pagine future di Roma.

Mostra di più

Noha Iraqi

Noha Iraqi... Laureata in Lettere... Scrittrice, poetessa, autrice di racconti, creatrice di contenuti e utente che carica contenuti.

Articoli Correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pulsante per tornare all'inizio