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EGITTO: LA RIPRESA DEL GAS DAL GIACIMENTO LEVIATHAN RIAPRE L’EQUILIBRIO ENERGETICO TRA ISRAELE, EGITTO E REGIONE

EGITTO: LA RIPRESA DEL GAS DAL GIACIMENTO LEVIATHAN RIAPRE L’EQUILIBRIO ENERGETICO TRA ISRAELE, EGITTO E REGIONE

Autore: Noah Iraqii

IL CAIRO/TEL AVIV- La ripresa delle esportazioni di gas dal giacimento israeliano Leviathan verso Egitto e Giordania segna un passaggio importante negli equilibri energetici del Mediterraneo orientale. Dopo una sospensione durata 32 giorni, la produzione è tornata operativa il 2 aprile, ponendo fine a un periodo di forte incertezza energetica causato dalle tensioni regionali e dai timori di attacchi missilistici contro le infrastrutture strategiche.

Secondo quanto riportato dal quotidiano economico israeliano Globes, lo stop temporaneo ha provocato perdite economiche stimate in circa 1,5 miliardi di shekel, evidenziando quanto il sistema energetico israeliano sia oggi profondamente dipendente dai grandi giacimenti di gas offshore.

Durante l’interruzione delle operazioni, il giacimento di Tamar è rimasto l’unica fonte principale di approvvigionamento di gas per il mercato interno israeliano. Tamar ha garantito la continuità della produzione elettrica e il funzionamento dell’industria, ma non è stato sufficiente a compensare completamente la chiusura di Leviathan e del giacimento di Karish, anch’esso sospeso per ragioni di sicurezza.

In condizioni normali, l’equilibrio energetico israeliano si basa su tre pilastri principali: Leviathan, Tamar e Karish. Questi giacimenti rappresentano la spina dorsale della produzione di gas del Paese, integrata da una quota minore di energia rinnovabile e da centrali alimentate a carbone.

Con la chiusura simultanea di Leviathan e Karish, Israele ha dovuto ricorrere in misura crescente a carbone e gasolio, combustibili molto più costosi rispetto al gas naturale. Il gasolio, considerato combustibile di emergenza, è stato utilizzato per coprire i picchi di domanda energetica. Per evitare un forte aumento delle tariffe elettriche, il Ministero delle Finanze israeliano ha ridotto temporaneamente l’imposta sull’acquisto del gasolio.

Secondo le stime citate da Globes, le perdite economiche derivanti dalla crisi energetica si suddividono in tre principali categorie: circa 600 milioni di shekel legati all’aumento dei costi dell’elettricità, 400 milioni di shekel di mancati introiti fiscali per lo Stato e circa 500 milioni di shekel di riduzione degli utili per le compagnie del gas.

Di questa cifra complessiva, circa un miliardo di shekel è attribuito alla chiusura del giacimento di Leviathan, mentre circa 500 milioni di shekel derivano dallo stop del giacimento di Karish.

La riapertura di Leviathan è stata accelerata anche dalle pressioni provenienti da Egitto e Giordania, Paesi che dipendono in parte dal gas israeliano per alimentare i loro sistemi energetici e per sostenere l’attività industriale. Queste pressioni sono state esercitate anche attraverso canali diplomatici sostenuti dagli Stati Uniti, interessati a evitare ulteriori turbolenze nei mercati energetici regionali.

Il contesto globale ha reso la situazione ancora più delicata. Le tensioni nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti per il commercio mondiale di energia, hanno ridotto la disponibilità di gas naturale liquefatto sul mercato internazionale. In particolare, il blocco delle rotte legate al Qatar, uno dei maggiori esportatori di GNL al mondo, ha limitato ulteriormente le alternative di approvvigionamento.

Secondo il quotidiano israeliano, anche l’Egitto ha risentito delle difficoltà energetiche regionali. Alcune aziende e una parte dell’illuminazione pubblica sarebbero state temporaneamente ridotte per contenere i consumi e gestire le risorse disponibili.

All’interno di Israele rimane però aperto un confronto tra le autorità civili e quelle di sicurezza. Il Ministero dell’Energia spinge per il pieno ritorno alla produzione di tutte le piattaforme offshore, mentre gli apparati militari e di intelligence preferiscono mantenere un approccio prudente, riducendo al minimo i rischi per le infrastrutture energetiche in un contesto di forte tensione militare.

Il caso del giacimento Karish è emblematico. Situato in un’area più esposta dal punto di vista geopolitico, e vicino alla frontiera marittima con il Libano, il giacimento resta ancora chiuso nonostante il suo ruolo fondamentale nel garantire circa il 41% del fabbisogno del mercato interno israeliano.

La compagnia energetica Energean, responsabile delle operazioni a Karish, ha dichiarato che la piattaforma rappresenta un elemento cruciale del sistema energetico israeliano e che il ritorno alla produzione avverrà non appena le condizioni di sicurezza lo consentiranno.

Nel frattempo Israele ha rafforzato la protezione delle proprie infrastrutture energetiche offshore. Negli ultimi anni la Marina israeliana ha investito miliardi di dollari in sistemi di difesa dedicati alla protezione delle piattaforme del gas, tra cui motovedette missilistiche e sistemi di difesa avanzati spesso descritti come una sorta di “Iron Dome marittimo”.

La crisi delle ultime settimane ha mostrato quanto la sicurezza energetica sia diventata uno dei principali fattori geopolitici della regione. Il gas del Mediterraneo orientale non è più soltanto una risorsa economica, ma un elemento centrale negli equilibri strategici tra Israele, Egitto, Giordania e l’intero sistema energetico internazionale.

La ripresa delle esportazioni dal giacimento Leviathan rappresenta quindi non solo un ritorno alla normalità operativa, ma anche un segnale della fragilità degli equilibri energetici regionali in un periodo segnato da conflitti, tensioni militari e competizione geopolitica.

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Noha Iraqi

نهى عراقي.. ليسانس أداب.. كاتبة وشاعرة وقصصية وكاتبة ومحتوى وأبلودر

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