COMUNITA’ IN BILICO

COMUNITA’ IN BILICO
Di Sara Spoletini
A farci riflettere di quanto siano deboli i legami della società e quanto sia un ricordo atavico il concetto di comunità in cui viviamo sono i casi di cronaca accaduti in questi giorni.
Riflettiamo sul concetto di comunità, è un insieme di individui che condividono lo stesso ambiente fisico e tecnologico, formando un gruppo riconoscibile, unito da vincoli organizzativi, linguistici, religiosi, economici e da interessi comuni, sebbene la vita urbana abbia allentato il tipo di rapporti di vicinato tipico dei piccoli borghi e della vita contadina prediligendo relazioni fredde in cui non ci sono vincoli emotivi ma resta comunque un luogo.
In sociologia, i concetti di comunità e condominio rappresentano due modi diversi di intendere le relazioni umane, lo spazio condiviso e il legame sociale, spesso analizzati in contrapposizione o come evoluzioni l’uno dell’altro, evoluzione o involuzione?
L’evoluzione è quando si scelgono di portare avanti le attitudini migliori, in questo caso potrebbe essere la discrezione, il rispetto, l’educazione;
l’involuzione potrebbe essere definita con la poca condivisione, con il far finta di non vedere nel non provare interesse verso persone e situazioni.
Tre fatti di cronaca forse rispondono davvero a questa domanda, al come si fa a non vedere, a non sentire. E soprattutto cosa c’è alla base di questo comportamento altamente diffuso: paura? Apatia? Mancata inclusione? Mancato senso di appartenenza? Mancato senso civico?
Di fatto siamo all’involuzione del sentire collettivo, forse il senso di responsabilità e di cura che presuppone un sentire comune è stato compromesso.
E’ successo a Sassari nell’appartamento di via Leoncavallo, rione popolare Santa Maria di Pisa, che una donna di 25 anni è stata segregata in casa per almeno 10 giorni, poi picchiata, torturata e stuprata da un uomo sassarese di 35 anni, l’uomo è stato arrestato in flagranza dai carabinieri chiamati dalla mamma che era in pena da giorni perché non aveva notizia della figlia.
Nessuno ha visto, nessuno ha sentito, non penso che la ragazza non avesse mai emesso urla durante le torture che sono state tante e varie, eppure si parla di un quartiere popolare.
Ci spostiamo nel milanese, precisamente a Sesto san Giovanni dove
il corpo di un neonato è stato trovato senza vita, avvolto in una coperta e abbandonato su un balcone. La madre, una ragazza di soli 16 anni, avrebbe partorito in casa, senza che nessuno fosse a conoscenza della sua gravidanza. I carabinieri sono al lavoro per ricostruire l’accaduto e per accertare se il piccolo fosse nato già morto o se fosse ancora in vita al momento del parto. L’autopsia, che verrà eseguita nei prossimi giorni, sarà decisiva per chiarire questo aspetto.
L’allarme è scattato quando i vicini hanno udito le urla della sedicenne e della madre. All’arrivo dei soccorsi, gli operatori del 118 hanno tentato inutilmente di rianimare il neonato.
La tragedia ha lasciato sconvolti i residenti del quartiere popolare in cui vive la famiglia, di origine balcanica. Nessuno, né i vicini né i genitori della ragazza, sembra aver notato la gravidanza, rendendo il caso ancora più drammatico e complesso.
Se nel sassarese nessuno ha sentito, qui nessuno ha visto, nessuno nota più i particolari, forse non si è più abituati neanche a vederle le persone. Se non noti una gravidanza, i cambiamenti naturali che essa apporta ad una donna evidentemente tu questa persona non l ‘hai mai percepita.
Ci spostiamo in Piemonte, a Nizza Monferrato in provincia di Asti dove una ragazza di 17 anni è stata uccisa e gettata nel fiume per aver detto “no”, le urla e i disperati tentativi di difendersi e divincolarsi non le sono bastati. È morta strangolata. La ragazza dopo il turno di lavoro si reca in una sorta di rifugio autorganizzato, a pochi passi dal luogo dell’omicidio. Qui il gruppo di amici si ritrovava per mangiare e bere qualcosa prima di proseguire la serata nei locali, non si sa quanti fossero con precisione , ma ad un certo punto la vittima e il carnefice insieme ad altri decidono di andare a prendere qualcosa da mangiare tutti insieme al centro. Durante il ritorno rimasti soli, sull’argine del rio Nizza inizia il litigio seguito da botte e urla di lei fino a che viene gettata nel fiume.
In un luogo abitato, dove lei stessa era residente. E mentre in tv iniziava lo spettacolo delle olimpiadi nessuno vedeva, nessuno sentiva.
Ecco un quadro agghiacciante di come la comunità avvolgente, rassicurante, premurosa che ad un certo punto stava troppo stretta all’uomo moderno indaffarato nel lavoro impegnato sui social è diventata.
Abbiamo raggiunto uno stato di indifferenza che fa paura, noi che ci laviamo la coscienza parlando di calzini spaiati, di giornate dedicate a ogni sorta di problematica a cui aderiamo per farci vedere compassionevoli perché il problema non ci appartiene, è altro da noi. Tante sono le cose lontane da noi , ma occorre tornare a sentirsi parte di qualcosa, occorre che le persone crescano all’interno di un qualcosa di cui sentano parte, che protegga e che vada protetto. I
Uno dei concetti più resilienti della tradizione sociologica è quello di comunità. Si tratta di un concetto che ha assunto nel tempo una vasta gamma di significati, definizioni e connotazioni correlati al contesto storico e mutati con il passare del tempo. Nella sociologia classica, per esempio, il termine comunità tende a definire un tipo particolare di relazioni sociali che potremmo definire calde; invece, nella sociologia contemporanea è sinonimo di comunità locale.
Oggi le relazioni all’interno della comunità vengono definite community liberated che ha introdotto un concetto di comunità deterritorializzata. Del resto, i legami comunitari non sono del tutto incompatibili con la vita urbana, perché la città di per sé non pregiudica la possibilità di avere legami interpersonali “caldi” in grado di fornire sostegno quotidiano nei quali condividere valori e atteggiamenti e costruire identità.
Ha senso dunque parlare ancora oggi di comunità, ma risulta necessario abbandonare la sua versione classica connessa all’immagine di un “gruppo sociale omogeneo, legato ad uno spazio specifico e dotato di caratteri organici”. Sembra più opportuno far riferimento ad una immagine di comunità intesa come “insieme di relazioni sociali fondate sul riconoscimento della differenza culturale, in quanto elemento unificatore ma allo stesso tempo non esclusivo, capace di produrre legame sociale senza impedire i legami edificabili lungo altre dimensioni”.
Il ritorno alla comunità serve allora per proporre un nuovo contratto sociale che riporta in luce concetti come il dono, la reciprocità, le nuove forme di solidarietà capaci di contribuire al funzionamento di una società sempre più globale, dove lo stato nazionale perde la sua legittimità e la sua centralità e dove il rapporto con gli altri deve essere reinventato.
Ma come si fa comunità? Come si rende possibile il passaggio dall’Io moderno al Noi comunitario? Una possibile strada da percorrere per costruire comunità è quella della cura dei beni comuni, perché, i beni comuni ricostruiscono i legami sociali; i beni comuni avvicinano le persone, facendo riscoprire il valore delle relazioni, dello scambio, del confronto e del soccorso.




