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*Groenlandia: il ghiaccio che scricchiola sotto il peso dell’Impero*

*Groenlandia: il ghiaccio che scricchiola sotto il peso dell’Impero*

_di Cristina Di Silvio_

C’è un momento preciso in cui una crisi smette di essere diplomatica e diventa storica. Non è annunciato da sirene né da truppe in movimento, ma da una frase apparentemente innocua, pronunciata con la sicurezza di chi sa di poter piegare la realtà alla propria volontà:“Troveremo una soluzione.” Donald Trump lo dice nello Studio Ovale, rispondendo ai giornalisti. Ma la parola soluzione, in geopolitica, è spesso sinonimo di forza. E la Groenlandia, da quel momento, smette definitivamente di essere una terra lontana e silenziosa: diventa il centro di gravità del nuovo mondo. L’isola più grande del pianeta, distesa tra ghiacci millenari e rotte che si aprono con il riscaldamento globale, è oggi ciò che il Medio Oriente fu nel Novecento: una frontiera decisiva, una promessa di potere, una tentazione irresistibile. Solo che qui non c’è sabbia. C’è ghiaccio. E sotto quel ghiaccio, basi militari, radar, terre rare, petrolio, e soprattutto posizione strategica assoluta. Trump non parla per metafore. Dice che il controllo statunitense della Groenlandia è necessario, che qualsiasi alternativa è inaccettabile. Non un’opzione, non un’ipotesi negoziale: una condizione. Per lui la Groenlandia non è un alleato, non è un partner, non è un territorio autonomo con un popolo e una storia. È una variabile di sicurezza nazionale. Un tassello che deve andare al suo posto, qualunque sia il costo. Ed è qui che l’Artico diventa il punto di rottura dell’Occidente. Perché dall’altra parte non c’è un nemico tradizionale, non c’è Mosca né Pechino. Dall’altra parte ci sono Copenaghen e Nuuk, due capitali che fino a ieri nessuno immaginava potessero pronunciare la parola “linea rossa” rivolgendosi a Washington. Eppure lo fanno. Con chiarezza glaciale. La Danimarca dice no. Non con rabbia, ma con fermezza. Dice che il controllo americano non è necessario, che la sovranità non è negoziabile, che la Groenlandia non è in vendita. La Groenlandia stessa, attraverso la voce dei suoi leader, dice qualcosa di ancora più radicale: non vogliamo essere conquistati. Non assorbiti, non protetti, non “salvati”. Conquistati. È una parola antica, che pensavamo archiviata nei manuali di storia. E invece torna, viva, pronunciata nel XXI secolo. Quel che accade dopo è forse ancora più significativo. L’Europa, spesso lenta e divisa, si muove. Germania, Francia, Svezia, Norvegia. Truppe, ricognizioni, missioni artiche. Non per attaccare, ma per segnalare presenza. Per dire che l’Artico non è un vuoto geopolitico pronto a essere riempito dal più forte. È uno spazio europeo, atlantico, condiviso. O almeno, lo è finché qualcuno non decide che le regole non valgono più. Ed è qui che la NATO inizia a tremare. Perché quando la pressione non arriva da fuori, ma da dentro, l’alleanza perde il suo baricentro morale. Trump suggerisce che l’Alleanza dovrebbe “aprire la strada” agli Stati Uniti per la Groenlandia. In altre parole: piegarsi. Accettare che l’unità valga meno dell’obiettivo. Che la sicurezza collettiva possa essere subordinata al desiderio di uno solo. La Groenlandia, improvvisamente, diventa lo specchio di una domanda enorme: che cos’è oggi l’Occidente? Un insieme di valori condivisi o una somma di interessi divergenti? Un’alleanza tra pari o una gerarchia mascherata? Mentre Washington parla di Russia e Cina, mentre evoca lo spettro dell’espansione altrui, l’Europa osserva un fatto inquietante: il linguaggio della potenza non è più esclusiva degli avversari. È tornato nel lessico occidentale, normalizzato, rivendicato. “Psicologicamente importante”, dice Trump. Non strategicamente. Psicologicamente. Come se la Groenlandia fosse anche un trofeo, una conferma simbolica della grandezza americana ritrovata. Intanto, sotto il ghiaccio, il mondo cambia. Le rotte artiche si aprono. Le risorse diventano accessibili. Il Nord smette di essere periferia e diventa centro. E ogni grande potenza lo sa. La differenza è che alcune bussano, altre pretendono. La Groenlandia oggi non è solo un territorio conteso. È una prova generale del futuro. Se passa l’idea che un alleato possa essere messo sotto pressione per ragioni di sicurezza “superiore”, allora nessuna frontiera è davvero stabile. Nessuna sovranità è intoccabile. Nessun patto è definitivo. Per questo il gelo artico fa più paura del caldo dei conflitti tradizionali. Perché qui non c’è ancora guerra, ma c’è qualcosa di forse più pericoloso: la ridefinizione silenziosa delle regole. E mentre Trump promette una “soluzione”, l’Europa capisce che la vera soluzione non riguarda la Groenlandia. Riguarda il coraggio di dire che anche gli imperi, nel mondo contemporaneo, devono fermarsi davanti a una parola semplice e assoluta: no.

Cristina Di Silvio_
Cristina Di Silvio
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Noha Iraqi

نهى عراقي.. ليسانس أداب.. كاتبة وشاعرة وقصصية وكاتبة ومحتوى وأبلودر

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