Blog

LA FEDE, L’ALTRO E LA PROVA MORALE DELLA STORIA

LA FEDE, L’ALTRO E LA PROVA MORALE DELLA STORIA

Ambasciatore Amr Helmy

Le tradizioni religiose si presentano spesso come vie che conducono alla verità assoluta, alla salvezza e alla vicinanza al divino. Tuttavia, molti degli incontri tra i rappresentanti delle tre religioni monoteistiche – ebraismo, cristianesimo e islam – raramente prendono avvio da una posizione di umiltà epistemologica. Più frequentemente, essi si configurano come spazi di competizione e di affermazione identitaria, in cui ogni religione cerca di consolidare la propria superiorità morale e di presentarsi come il percorso più autentico verso la salvezza e il favore divino.

Tali confronti, pur assumendo una forma apparentemente teologica, rivelano nel loro nucleo più profondo un’ansia eminentemente umana: la ricerca della certezza in un mondo instabile, la paura dell’Altro nella sua diversità e il desiderio di monopolizzare la legittimità morale. L’impulso a rivendicare il possesso esclusivo della verità assoluta non è segno di forza della fede, bensì della sua fragilità. In questo processo, Dio viene trasformato da orizzonte morale trascendente in proprietà esclusiva, e la religione passa dall’essere un quadro etico inclusivo a uno strumento di esclusione e di tracciamento dei confini.

Questa dinamica emerge con particolare chiarezza quando le alleanze religiose non si formano attorno a valori condivisi, ma contro un nemico percepito. L’avvicinamento che talvolta si manifesta tra i discorsi ebraico e cristiano in opposizione all’islam, come riflettono molte narrazioni dominanti, raramente si fonda su un serio confronto teologico. Esso si basa piuttosto sulla riduzione dell’islam a stereotipi precostituiti – violenza, terrorismo, oppressione delle donne. Tali riduzioni rivelano molto più le ansie culturali e politiche e una persistente tendenza umana a semplificare l’Altro per marginalizzarlo o condannarlo, di quanto non dicano sull’islam stesso.

In questo contesto, si impone con chiarezza un principio morale fondamentale: così come il nazismo non è mai stato l’autentica espressione del cristianesimo, e così come movimenti estremisti come Kach non possono essere assunti come rappresentativi dell’ebraismo nella sua essenza etica e spirituale, allo stesso modo organizzazioni come al-Qaeda o Boko Haram non possono essere considerate, né razionalmente né filosoficamente, come rappresentative dell’islam. La storia umana, attraverso le diverse fedi e i vari sistemi di pensiero, rivela una verità dolorosa ma costante: in ogni religione, e in ogni costruzione ideologica, emergono individui o gruppi che deviano verso la violenza, rivendicando il possesso della verità assoluta o il diritto di parlare in nome della volontà divina. In tali casi, la fede si trasforma da orizzonte etico condiviso in strumento di esclusione e di annientamento, e diventa una giustificazione per uccidere anziché un limite morale contro l’uccisione.

La storia, tuttavia, quando viene richiamata nella sua piena portata morale, tende a destabilizzare queste comode alleanze. Le grandi tragedie umanitarie – tra cui, in primo luogo, quanto è accaduto e continua ad accadere a Gaza – impongono una dura prova al discorso morale globale e smascherano la fragilità di ciò che può essere definito etica selettiva. L’esitazione di molti governi dei Paesi a maggioranza cristiana nel condannare la violenza su larga scala, per timore di essere accusati di antisemitismo, solleva un profondo dilemma morale: che cosa accade quando la memoria storica diventa un vincolo per la coscienza, e quando il passato viene utilizzato per sospendere il giudizio morale nel presente?

Non vi è dubbio che i crimini commessi contro gli ebrei in Europa, e in particolare l’Olocausto, costituiscano una ferita permanente dell’umanità che esige memoria e responsabilità. Tuttavia, la memoria perde il suo significato etico quando viene impiegata per giustificare nuove ingiustizie. In tal caso, essa cessa di essere un argine contro la violenza e si trasforma in un meccanismo per la sua riproduzione. Nessun popolo, per quanto abbia sofferto nella storia, può rivendicare un’immunità morale; né l’uccisione di civili – soprattutto donne e bambini – può essere giustificata con argomentazioni di sicurezza o calcoli politici di breve periodo.

In questo quadro, la lotta contro l’antisemitismo rimane una causa legittima e necessaria. Tuttavia, la sua efficacia e la sua credibilità morale richiedono il riconoscimento di due verità fondamentali. La prima è che l’antisemitismo, nelle sue radici storiche, non ha avuto origine nelle società islamiche, ma si è sviluppato principalmente nel contesto europeo e occidentale, in relazione a specifiche dinamiche storiche, religiose e nazionali. La seconda riguarda il presente: i crimini commessi contro il popolo palestinese, oggi documentati con immagini e testimonianze diffuse attraverso i social media, spesso con una chiarezza superiore a quella dei media tradizionali, hanno profondamente scosso le coscienze globali e posto la comunità internazionale di fronte a una scelta morale non più eludibile.

La fede, se autentica, non si misura nella negazione del dolore dell’Altro né nella difesa identitaria, ma nella capacità di mantenere una coerenza etica anche quando essa diventa scomoda. È qui che la storia si trasforma nella vera prova morale: non per confermare le nostre certezze, ma per interrogarle radicalmente.

Mostra di più

Noha Iraqi

نهى عراقي.. ليسانس أداب.. كاتبة وشاعرة وقصصية وكاتبة ومحتوى وأبلودر

Articoli Correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pulsante per tornare all'inizio